96ª GIORNATA MONDIALE DELLE MIGRAZIONI
Domenica, 17 gennaio 2010
SPECIALE SIR
in collaborazione con Migrantes
http://www.agensir.it/sir/dati/2010-01/12-5596/speciale_migrazioni.pdf
lunedì 19 aprile 2010
Dio ama tutti e la Chiesa non rifiuta nessuno

Il quattordicesimo viaggio internazionale conclude il quinto anno di pontificato
In un clima intenso e commosso l'incontro con otto vittime di abusi
Dio ama ogni persona e la Chiesa non rifiuta nessuno. Da Malta Benedetto XVI indica ancora una volta la strada della carità e della misericordia per "guarire le ferite del peccato" e testimoniare al mondo "la nobile vocazione di amore e di servizio" a cui sono chiamati i cristiani. Bastano poco più di ventisette ore al Papa per riproporre alla popolazione dell'arcipelago del Mediterraneo - che lo accompagna durante la visita con grandi manifestazioni di affetto - il cuore stesso del messaggio evangelico. Quello che 1950 anni fa l'apostolo Paolo, naufragato sulle coste maltesi durante il viaggio che lo portava a Roma, predicò alle genti dell'isola, invitandole "alla conversione, a una nuova vita e a un futuro di speranza".
Il Vangelo - ha ricordato il Pontefice già durante il volo di sabato pomeriggio, 17 aprile, anticipando ai giornalisti i temi del viaggio - "è la vera forza che purifica e guarisce" la Chiesa, il cui corpo è spesso "ferito dai nostri peccati". Un richiamo che ha trovato espressione visibile nell'incontro, svoltosi domenica mattina nella cappella della nunziatura a Rabat, tra Benedetto XVI e otto uomini che in passato hanno subito abusi sessuali da parte di sacerdoti o religiosi.
In un clima intenso ma sereno, senza "timore o senso di oppressione", il Papa ha ascoltato le loro storie cariche di sofferenza. Ne è rimasto "profondamente commosso" - riferisce chi ha assistito all'incontro - e ha espresso la propria vergogna e il proprio dolore per quanto accaduto, assicurando al tempo stesso che la Chiesa "sta facendo, e continuerà a fare, tutto ciò che è in suo potere per indagare sulle accuse, per assicurare alla giustizia i responsabili degli abusi e per mettere in pratica misure efficaci volte a tutelare i giovani in futuro". Dal Pontefice anche la preghiera perché tutte le vittime di abusi "sperimentino guarigione e riconciliazione" in vista di "una rinnovata speranza" nel loro cammino di fede e di vita.
Poco prima, celebrando la messa a Floriana, Benedetto XVI aveva già ricordato che oggi c'è bisogno di riscoprire la misericordia e la fiducia in Dio per guarire "le ferite spirituali" provocate dal peccato. Non sono le realizzazioni materiali o la moderna tecnologia - aveva avvertito - a poter dare risposte autentiche ai desideri profondi dell'uomo. "In ogni ambito della nostra vita - aveva affermato - necessitiamo dell'aiuto della grazia di Dio. Con lui possiamo fare ogni cosa: senza di lui non possiamo fare nulla". Un invito rivolto in modo particolare ai sacerdoti, chiamati dal Papa a rendere "un servizio alla gioia" adempiendo la loro missione in spirito di umiltà, mitezza e generosità.
Anche ai giovani, incontrati nel pomeriggio a Gozo, il Papa ha rievocato l'esperienza di san Paolo per riaffermare che "la potenza dell'amore" è più forte dell'odio e della rabbia che segnano talvolta i comportamenti umani. Di fronte al "potere persuasivo" dei media e dei gruppi di pressione - è stato il suo appello - i cristiani non devono smarrire la centralità di valori come la sacralità della vita e la dignità della persona, soprattutto dei più poveri, dei deboli, degli emarginati. Tra questi il Pontefice ha indicato in particolare gli immigrati alla ricerca di asilo lungo le rotte del Mediterraneo: per loro - ha raccomandato nel discorso conclusivo prima di rientrare in Vaticano - occorrono accoglienza e soccorso, senza dimenticare il dovere di rispettarne i diritti fondamentali.
In un clima intenso e commosso l'incontro con otto vittime di abusi
Dio ama ogni persona e la Chiesa non rifiuta nessuno. Da Malta Benedetto XVI indica ancora una volta la strada della carità e della misericordia per "guarire le ferite del peccato" e testimoniare al mondo "la nobile vocazione di amore e di servizio" a cui sono chiamati i cristiani. Bastano poco più di ventisette ore al Papa per riproporre alla popolazione dell'arcipelago del Mediterraneo - che lo accompagna durante la visita con grandi manifestazioni di affetto - il cuore stesso del messaggio evangelico. Quello che 1950 anni fa l'apostolo Paolo, naufragato sulle coste maltesi durante il viaggio che lo portava a Roma, predicò alle genti dell'isola, invitandole "alla conversione, a una nuova vita e a un futuro di speranza".
Il Vangelo - ha ricordato il Pontefice già durante il volo di sabato pomeriggio, 17 aprile, anticipando ai giornalisti i temi del viaggio - "è la vera forza che purifica e guarisce" la Chiesa, il cui corpo è spesso "ferito dai nostri peccati". Un richiamo che ha trovato espressione visibile nell'incontro, svoltosi domenica mattina nella cappella della nunziatura a Rabat, tra Benedetto XVI e otto uomini che in passato hanno subito abusi sessuali da parte di sacerdoti o religiosi.
In un clima intenso ma sereno, senza "timore o senso di oppressione", il Papa ha ascoltato le loro storie cariche di sofferenza. Ne è rimasto "profondamente commosso" - riferisce chi ha assistito all'incontro - e ha espresso la propria vergogna e il proprio dolore per quanto accaduto, assicurando al tempo stesso che la Chiesa "sta facendo, e continuerà a fare, tutto ciò che è in suo potere per indagare sulle accuse, per assicurare alla giustizia i responsabili degli abusi e per mettere in pratica misure efficaci volte a tutelare i giovani in futuro". Dal Pontefice anche la preghiera perché tutte le vittime di abusi "sperimentino guarigione e riconciliazione" in vista di "una rinnovata speranza" nel loro cammino di fede e di vita.
Poco prima, celebrando la messa a Floriana, Benedetto XVI aveva già ricordato che oggi c'è bisogno di riscoprire la misericordia e la fiducia in Dio per guarire "le ferite spirituali" provocate dal peccato. Non sono le realizzazioni materiali o la moderna tecnologia - aveva avvertito - a poter dare risposte autentiche ai desideri profondi dell'uomo. "In ogni ambito della nostra vita - aveva affermato - necessitiamo dell'aiuto della grazia di Dio. Con lui possiamo fare ogni cosa: senza di lui non possiamo fare nulla". Un invito rivolto in modo particolare ai sacerdoti, chiamati dal Papa a rendere "un servizio alla gioia" adempiendo la loro missione in spirito di umiltà, mitezza e generosità.
Anche ai giovani, incontrati nel pomeriggio a Gozo, il Papa ha rievocato l'esperienza di san Paolo per riaffermare che "la potenza dell'amore" è più forte dell'odio e della rabbia che segnano talvolta i comportamenti umani. Di fronte al "potere persuasivo" dei media e dei gruppi di pressione - è stato il suo appello - i cristiani non devono smarrire la centralità di valori come la sacralità della vita e la dignità della persona, soprattutto dei più poveri, dei deboli, degli emarginati. Tra questi il Pontefice ha indicato in particolare gli immigrati alla ricerca di asilo lungo le rotte del Mediterraneo: per loro - ha raccomandato nel discorso conclusivo prima di rientrare in Vaticano - occorrono accoglienza e soccorso, senza dimenticare il dovere di rispettarne i diritti fondamentali.
martedì 13 aprile 2010
Cari genitori vi scrivo. . .
di: Carlo maria martini
Avrete tempo per leggere anche questa lettera? Avrete un momento di calma per condividere qualche mia preoccupazione e considerare qualche mia proposta?
Chi sa come è stata la vostra giornata? Forse dopo ore di lavoro non facile e non senza tensioni, avete affrontato il viaggio di ritorno a casa che è stato più lungo ed esasperante del solito per un ingorgo, per un ritardo, per un qualsiasi imprevisto; e per finire può essere che appena entrati in casa abbiate incrociato lo sguardo risentito della figlia adolescente per un permesso negato e l'irrequietezza del più piccolo con i suoi capricci e la scoraggiante approssimazione nel finire i compiti.
E io oso ancora disturbarvi...!
Dovete credere che mi muove a questo scritto proprio un affetto, una cura per la vostra famiglia, il desiderio di dirvi ancora una volta la mia vicinanza e la mia ammirazione per il vostro compito educativo, così affascinante e talora così logorante.
Vi scrivo per condividere con voi una preoccupazione. Mi sembra di intravedere in molti ragazzi e giovani uno smarrimento verso il futuro, come se nessuno avesse mai detto loro che la loro vita non è un CASO o un rischio, ma è una vocazione.
Ecco, vorrei parlarvi della vocazione dei vostri figli e invitarvi ad aprire loro orizzonti di speranza. Infatti i vostri figli, che voi amate tanto, sono amati ancor prima, e d'amore infinito, da Dio Padre: perciò sono chiamati alla vita, alla felicità che il Signore annuncia nel suo Vangelo. Dunque il discorso sulla vocazione è per suggerire la strada che porta alla gioia, perché questo è il progetto di Dio su ciascuno: che sia felice.
Non dovete dunque temere: il Signore chiama solo per rendere felici. Ecco perché oso disturbarvi. Mi sta a cuore la felicità vostra e dei vostri figli. E per questo mi stanno a cuore tutte le possibili scelte di vita: il matrimonio e la vita consacrata, la dedizione al ministero del prete e del diacono, l'assunzione della professione come una missione... Tutte possono essere un modo di vivere la vocazione cristiana se sono motivate dall'amore e non dall'egoismo, se comportano una dedizione definitiva, se il criterio e lo stile della vita quotidiana è quello del Vangelo.
Vi scrivo, dunque, per dirvi con quale affetto vi sono vicino e condivido la vostra cura perché la vita dei vostri figli che tanto amate non vada perduta.
La famiglia è una vocazione
La prima vocazione di cui voglio parlarvi è la vostra, quella di essere marito e moglie, papà e mamma.
Perciò la mia prima parola è proprio per invitarvi a prendervi cura del vostro volervi bene come marito e moglie: tra le tante cose urgenti, tra le tante sollecitazioni che vi assediano, mi sembra che sia necessario custodire qualche tempo, difendere qualche spazio, programmare qualche momento che sia come un rito per celebrare l'amore che vi unisce.
L'inerzia della vita con le sue frenesie e le sue noie, il logorio della convivenza, il fatto che ciascuno sia prima o poi una delusione per l'altro quando emergono e si irrigidiscono difetti e cattiverie, tutto questo finisce per far dimenticare la benedizione del volersi bene, del vivere insieme, del mettere al mondo i figli e introdurli nella vita.
L' amore che vi ha persuasi al matrimonio non si riduce all'emozione di una stagione un po' euforica, non è solo un'attrazione che il tempo consuma. L'amore sponsale è la vostra vocazione: nel vostro volervi bene potete riconoscere la chiamata del Signore. Il matrimonio non è solo la decisione di un uomo e di una donna: è la grazia che attrae due persone mature, consapevoli, contente, a dare un volto definitivo alla propria libertà. Il volto di due persone che si amano rivela qualcosa del mistero di Dio.
Vorrei pertanto invitarvi a custodire la bellezza del vostro amore e a perseverare nella vostra vocazione: ne deriva tutta una concezione della vita che incoraggia la fedeltà, consente di sostenere le prove, le delusioni, aiuta ad attraversare le eventuali crisi senza ritenerle irrimediabili.
Chi vive il suo matrimonio come una vocazione professa la sua fede: non si tratta solo di rapporti umani che possono essere motivo di felicità o di tormento, si tratta di attraversare i giorni con la certezza della presenza del Signore, con l'umile pazienza di prendere ogni giorno la propria croce, con la fierezza di poter far fronte, per grazia di Dio, alle responsabilità.
Non sempre gli impegni professionali, gli adempimenti di famiglia, le condizioni di salute, il contesto in cui vivete, aiutano a vedere con lucidità la bellezza e la grandezza della vostra vocazione.
È necessario reagire all'inerzia indotta dalla vita quotidiana e volere tenacemente anche momenti di libertà, di serenità, di preghiera.
Vi invito pertanto a pregare insieme, già questa sera, e poi domani e poi sempre:
una preghiera semplice per ringraziare il Signore, per chiedere la sua benedizione per voi, i vostri figli, i vostri amici, la vostra comunità: qualche Ave Maria per tutte quelle attese e quelle pene che forse non si riescono neppure a dire tra di voi.
Vi invito ad aver cura di qualche data, a distinguerla con un segno, come una visita a un santuario, una Messa anche in giorno feriale, una lettera per dire quelle parole che inceppano la voce; la data del vostro matrimonio, quella del battesimo dei vostri figli, quella di qualche lutto familiare, tanto per fare qualche esempio.
Vi invito a trovare il tempo per parlare tra voi con semplicità, senza trasformare ogni punto di vista in un puntiglio, ogni divergenza in un litigio: un tempo per parlare, scambiare delle idee, riconoscere gli errori e chiedervi scusa, rallegrarvi del bene compiuto, un tempo per parlare passeggiando tranquillamente la domenica pomeriggio, senza fretta. E vi invito a stare per qualche tempo da soli, ciascuno per conto suo: un momento di distacco può aiutare a stare insieme meglio e più volentieri.
Vi invito ad avere fiducia nell'incidenza della vostra opera educativa: troppi genitori sono scoraggiati dall'impressione di una certa impermeabilità dei loro figli, che sono capaci di pretendere molto, ma risultano refrattari a ogni interferenza nelle loro amicizie, nei loro orari, nel loro mondo.
La vostra vocazione a educare è benedetta da Dio: perciò trasformate le vostre apprensioni in preghiera, meditazione, confronto pacato. Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto. Educare è una grazia che il Signore vi fa: accoglietela con gratitudine e senso di responsabilità. Talora richiederà pazienza e amabile condiscendenza, talora fermezza e determinazione, talora, in una famiglia, capita anche di litigare e di andare a letto senza salutarsi: ma non perdetevi d'animo, non c'è niente di irrimediabile per chi si lascia condurre dallo Spirito di Dio.
E affidate spesso i vostri figli alla protezione di Maria, non tralasciate una decina del rosario per ciascuno di loro: abbiate fiducia e non perdete la stima né di voi stessi né dei vostri figli. Educare è diventare collaboratori di Dio perché ciascuno realizzi la sua vocazione.
La collaborazione alla gioia dei figli
La gioia che desiderate per voi e per i vostri figli è un misterioso dono di Dio: giunge a noi come la luce amica delle stelle, come una musica lieta, come il sorriso di un volto desiderato. La collaborazione che i genitori possono offrire alla gioia dei figli è l'educazione cristiana. L'educazione non è un meccanismo che condiziona, ma l'accompagnamento di una giovane libertà perché, se vuole, giunga al suo compimento nell'amore. Educare è dunque un servizio umile, che può conoscere il fallimento; è però anche una impresa formidabile di cui un uomo e una donna possono gioire con inesprimibile intensità.
L'educazione cristiana è il paziente e tenace lavoro che prepara il terreno al dono della gioia di Dio. Infatti la luce delle stelle non si vede se il bagliore sfacciato delle luminarie nasconde la notte, la musica lieta non avvolge di consolazione quando il frastuono del rumore è assordante e non si ha tempo per un volto amico nella eccitazione di una folla in delirio. Per disporre alla gioia è dunque necessaria una purificazione che non va senza fatiche.
Voglio alludere almeno ad alcune delle purificazioni che mi sembrano particolarmente necessarie oggi.
La purificazione degli affetti significa introdurre alla gioia che è sconosciuta a chi immagina i rapporti tra l'uomo e la donna come una via per ridurre l'altro a strumento per la propria gratificazione e rassicurazione: allora gli affetti degenerano a passione, possessività, sensualità.
Lo spirito di servizio e la disponibilità al sacrificio introducono alla gioia che si rallegra di vedere gli altri contenti, le iniziative funzionare bene, le comunità ordinate e vivaci. È una gioia sconosciuta a chi impigrisce nell'inconcludenza. Come mi stringe il cuore considerare lo sperpero di tempo, di risorse giovani e affascinanti, di intelligenza e denaro che vedo compiersi da parte di tante compagnie dei nostri ragazzi! Come è urgente reagire all'inerzia e alla malavoglia per edificare una vita lieta!
La purificazione dalla paura del futuro è urgente per introdurre alla gioia della definitività. Una vita si compie quando si definisce in una dedizione: la scelta definitiva deve essere desiderata come la via della pace, come l'ingresso nell'età adulta e nelle sue responsabilità. Siano benedetti quei genitori che con la fedeltà del loro volersi bene insegnano che la definitività è una grazia e non un pericolo da temere, ne una limitazione della libertà da ritardare il più possibile. Pericolosa e fonte di inquietudine è invece la precarietà, la provvisorietà, lo smarrimento che lasciano un giovane parcheggiato nella vita, incerto sulla sua identità e spaventato del suo futuro.
Educare all'appartenenza alla Chiesa
Voi genitori sentite la responsabilità di provvedere alla felicità dei vostri figli: siete disposti a concedere molto, talora anche troppo, "purché lui sia contento". Questo diventa motivo di ansia, di sensi di colpa, di esasperazione quando non riuscite a ottenere dai figli che assumano, condividano le vostre indicazioni, quando risultano impraticabili le proposte che sembrano tanto ovvie ai preti, agli insegnanti, agli esperti che scrivono sui giornali.
A me sembra che sia più saggio considerare che i genitori non sono colpevoli di tutti gli errori e l'infelicità dei figli, di tutto lo squallore di certe giovinezze sciupate nell'inconcludenza o nella trasgressione.
È eccessivo che un papà e una mamma si sentano colpevoli di tutto: è più prudente e rasserenante condividere la responsabilità dentro una comunità.
Quando avete portato il vostro bambino in Chiesa per chiedere il battesimo avete dichiarato la vostra fede nel Padre che sta nei cieli e la vostra decisione che il figlio crescesse nella comunità cristiana.
Mi sembra che una conseguenza coerente della scelta di chiedere il battesimo per i propri figli sia un'opera educativa che si preoccupi di inserire in una comunità, di promuovere la partecipazione, di insinuare nei ragazzi e nei giovani un senso di appartenenza alla comunità cristiana in cui si educa alla fede, alla preghiera, alla domanda sul futuro. Una famiglia che si isola, che difende la propria tranquillità sottraendosi agli appuntamenti comunitari risulta alla fine più fragile e apre la porta a quel nomadismo dei giovani che vanno qua e là assaggiando molte esperienze, anche contraddittorie, senza nutrirsi di nessun cibo solido.
Inserirsi in una comunità può richiedere qualche fatica e non risparmia qualche umiliazione: penso alle famiglie che hanno cambiato casa e si sentono perdute nei quartieri nuovi, penso a quelle che hanno sofferto qualche incomprensione, penso a quelle appassionate dell'andare altrove per vedere gente, per praticare sport, per respirare un po' d'aria buona. Ecco: viene il tempo in cui scegliere le priorità. Il futuro dei vostri figli ha bisogno di scelte che dichiarino che cosa è più importante.
Ritenere irrinunciabile la partecipazione alla Messa domenicale introduce a una mentalità di fede che ritiene che senza il Signore non si può fare niente di buono.
Perciò la frequenza alla Messa domenicale nella vostra parrocchia, la partecipazione alle feste della comunità, l'assunzione di qualche responsabilità, la cura perché i figli frequentino l'oratorio, la catechesi, gli impegni e le iniziative dei giovani della parrocchia, sono un modo per favorire questo senso di appartenenza che dà stabilità e conduce a un progressivo farsi carico della comunità che può maturare anche in una vocazione al suo servizio.
Apprezzamento per la vita dei preti
Mi capita talora di raccogliere nei genitori una specie di paura, di apprensione al sospetto che un figlio possa orientarsi al ministero sacerdotale. Anche i genitori dei seminaristi mi fanno intuire la loro inquietudine, come se mi domandassero: "Ma che vita aspetta mio figlio, se diventa prete? Sarà felice? Sarà solo?".
Vorrei rispondere che la vita del prete, di oggi e di domani, come quella di ieri, è una vita cristiana: perciò chi vuol essere un bravo prete porterà la sua croce ogni giorno, come fate voi, in una dedizione che non sarà sempre gratificata da riconoscenza e da risultati, in un esercizio di responsabilità che incontrerà anche la critica e l'incomprensione, in un assedio di impegni e di pretese che sarà talora logorante.
Tuttavia non si considera abbastanza - mi sembra - ciò che rende bella la vita di un prete, bella e lieta in un modo unico.
Il prete infatti vive soprattutto di relazioni: dedica il suo tempo alle persone. Non si cura di cose, di carte, di soldi, se non secondariamente. Passa il suo tempo a incontrare gente: i bambini e gli anziani, i giovani e gli adulti, i malati e i sani, quelli che gli vogliono bene e lo aiutano e quellì che lo criticano, lo deridono, e pretendono. È una esperienza umana straordinaria. E incontra le persone non per trarne qualche vantaggio, ma per prendersi cura di loro, della loro vocazione alla gioia, del loro essere figli di Dio. Al prete le persone spesso aprono il loro cuore per una confidenza che non ha eguali nei rapporti umani e in questa confidenza viene seminata la Parola che dice la verità, che apre alla speranza eterna, che guarisce con il perdono.
Il prete vive una libertà straordinaria: ha consegnato se stesso alla Chiesa e perciò, se è coerente con la sua vocazione, non ha apprensioni per il suo futuro, non si attacca alle cose, non si assilla per arricchire. Il prete celebra per se e per la gente i misteri della salvezza: opera delle sue mani non sono prodotti precari, fortune esposte all'incerta sorte delle cose umane. Celebrando i santi misteri offre alla gente la grazia d'entrare nella vita eterna, la comunione con Gesù.
Mi sembra opportuno ricordare ciò che rende grande e bella la vita del prete, perché l'enfasi sulle fatiche, la sottolineatura delle difficoltà non oscuri questa forma splendida di vita cristiana.
Penso che un papà e una mamma possano comprendere, al di là dei luoghi comuni e delle reazioni emotive, quale grande grazia sia il dono del sacerdozio e possano perciò rallegrarsi se un loro figlio sente l'attrattiva per questa strada: vi assicuro che non gli mancherà la gioia, se sarà un bravo prete.
In ogni caso parlare male dei preti e indicarli come responsabili di tutto quanto non va nelle comunità cristiane non può certo aiutare a migliorare le cose e tanto meno incoraggiare un giovane a farsi avanti per assumere un ministero tanto necessario per la Chiesa e tanto bello per chi lo vive bene.
La preghiera per le vocazioni
La bellezza cristiana della vita di un bravo prete e la grazia straordinaria che rappresenta un prete santo per una comunità, devono suggerire a tutti di pregare perché nelle nostre comunità non manchino i preti. La preghiera per le vocazioni al ministero sacerdotale deve essere condivisa da tutta la comunità.
Invito anche voi a pregare in famiglia e a suggerire questa intenzione di preghiera anche ai vostri figli, in obbedienza alla parola del Signore "pregate il padrone della messe che mandi operai per la sua messe" (Luca 10,2).
Come ho scritto ai preti in occasione della festa di San Carlo, questa preghiera non è una specie di delega al Signore perché faccia quello che a noi non riesce: è piuttosto un abbandonarsi intelligente e libero alla guida dello Spirito che diventa disponibilità a compiere le opere di Dio.
Perciò la preghiera per le vocazioni dovrebbe essere più intensamente praticata da parte di coloro che si trovano nell'età e nelle condizioni della scelta del loro stato di vita. Vorrei che ogni adolescente o giovane comprendesse che la verità della preghiera per le vocazioni è raggiunta quando nel fondo risuona come la preghiera di Isaia: "Signore, se vuoi, manda me!" (cfr. Isaia 6,8).
Fonte: http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=124740
Avrete tempo per leggere anche questa lettera? Avrete un momento di calma per condividere qualche mia preoccupazione e considerare qualche mia proposta?
Chi sa come è stata la vostra giornata? Forse dopo ore di lavoro non facile e non senza tensioni, avete affrontato il viaggio di ritorno a casa che è stato più lungo ed esasperante del solito per un ingorgo, per un ritardo, per un qualsiasi imprevisto; e per finire può essere che appena entrati in casa abbiate incrociato lo sguardo risentito della figlia adolescente per un permesso negato e l'irrequietezza del più piccolo con i suoi capricci e la scoraggiante approssimazione nel finire i compiti.
E io oso ancora disturbarvi...!
Dovete credere che mi muove a questo scritto proprio un affetto, una cura per la vostra famiglia, il desiderio di dirvi ancora una volta la mia vicinanza e la mia ammirazione per il vostro compito educativo, così affascinante e talora così logorante.
Vi scrivo per condividere con voi una preoccupazione. Mi sembra di intravedere in molti ragazzi e giovani uno smarrimento verso il futuro, come se nessuno avesse mai detto loro che la loro vita non è un CASO o un rischio, ma è una vocazione.
Ecco, vorrei parlarvi della vocazione dei vostri figli e invitarvi ad aprire loro orizzonti di speranza. Infatti i vostri figli, che voi amate tanto, sono amati ancor prima, e d'amore infinito, da Dio Padre: perciò sono chiamati alla vita, alla felicità che il Signore annuncia nel suo Vangelo. Dunque il discorso sulla vocazione è per suggerire la strada che porta alla gioia, perché questo è il progetto di Dio su ciascuno: che sia felice.
Non dovete dunque temere: il Signore chiama solo per rendere felici. Ecco perché oso disturbarvi. Mi sta a cuore la felicità vostra e dei vostri figli. E per questo mi stanno a cuore tutte le possibili scelte di vita: il matrimonio e la vita consacrata, la dedizione al ministero del prete e del diacono, l'assunzione della professione come una missione... Tutte possono essere un modo di vivere la vocazione cristiana se sono motivate dall'amore e non dall'egoismo, se comportano una dedizione definitiva, se il criterio e lo stile della vita quotidiana è quello del Vangelo.
Vi scrivo, dunque, per dirvi con quale affetto vi sono vicino e condivido la vostra cura perché la vita dei vostri figli che tanto amate non vada perduta.
La famiglia è una vocazione
La prima vocazione di cui voglio parlarvi è la vostra, quella di essere marito e moglie, papà e mamma.
Perciò la mia prima parola è proprio per invitarvi a prendervi cura del vostro volervi bene come marito e moglie: tra le tante cose urgenti, tra le tante sollecitazioni che vi assediano, mi sembra che sia necessario custodire qualche tempo, difendere qualche spazio, programmare qualche momento che sia come un rito per celebrare l'amore che vi unisce.
L'inerzia della vita con le sue frenesie e le sue noie, il logorio della convivenza, il fatto che ciascuno sia prima o poi una delusione per l'altro quando emergono e si irrigidiscono difetti e cattiverie, tutto questo finisce per far dimenticare la benedizione del volersi bene, del vivere insieme, del mettere al mondo i figli e introdurli nella vita.
L' amore che vi ha persuasi al matrimonio non si riduce all'emozione di una stagione un po' euforica, non è solo un'attrazione che il tempo consuma. L'amore sponsale è la vostra vocazione: nel vostro volervi bene potete riconoscere la chiamata del Signore. Il matrimonio non è solo la decisione di un uomo e di una donna: è la grazia che attrae due persone mature, consapevoli, contente, a dare un volto definitivo alla propria libertà. Il volto di due persone che si amano rivela qualcosa del mistero di Dio.
Vorrei pertanto invitarvi a custodire la bellezza del vostro amore e a perseverare nella vostra vocazione: ne deriva tutta una concezione della vita che incoraggia la fedeltà, consente di sostenere le prove, le delusioni, aiuta ad attraversare le eventuali crisi senza ritenerle irrimediabili.
Chi vive il suo matrimonio come una vocazione professa la sua fede: non si tratta solo di rapporti umani che possono essere motivo di felicità o di tormento, si tratta di attraversare i giorni con la certezza della presenza del Signore, con l'umile pazienza di prendere ogni giorno la propria croce, con la fierezza di poter far fronte, per grazia di Dio, alle responsabilità.
Non sempre gli impegni professionali, gli adempimenti di famiglia, le condizioni di salute, il contesto in cui vivete, aiutano a vedere con lucidità la bellezza e la grandezza della vostra vocazione.
È necessario reagire all'inerzia indotta dalla vita quotidiana e volere tenacemente anche momenti di libertà, di serenità, di preghiera.
Vi invito pertanto a pregare insieme, già questa sera, e poi domani e poi sempre:
una preghiera semplice per ringraziare il Signore, per chiedere la sua benedizione per voi, i vostri figli, i vostri amici, la vostra comunità: qualche Ave Maria per tutte quelle attese e quelle pene che forse non si riescono neppure a dire tra di voi.
Vi invito ad aver cura di qualche data, a distinguerla con un segno, come una visita a un santuario, una Messa anche in giorno feriale, una lettera per dire quelle parole che inceppano la voce; la data del vostro matrimonio, quella del battesimo dei vostri figli, quella di qualche lutto familiare, tanto per fare qualche esempio.
Vi invito a trovare il tempo per parlare tra voi con semplicità, senza trasformare ogni punto di vista in un puntiglio, ogni divergenza in un litigio: un tempo per parlare, scambiare delle idee, riconoscere gli errori e chiedervi scusa, rallegrarvi del bene compiuto, un tempo per parlare passeggiando tranquillamente la domenica pomeriggio, senza fretta. E vi invito a stare per qualche tempo da soli, ciascuno per conto suo: un momento di distacco può aiutare a stare insieme meglio e più volentieri.
Vi invito ad avere fiducia nell'incidenza della vostra opera educativa: troppi genitori sono scoraggiati dall'impressione di una certa impermeabilità dei loro figli, che sono capaci di pretendere molto, ma risultano refrattari a ogni interferenza nelle loro amicizie, nei loro orari, nel loro mondo.
La vostra vocazione a educare è benedetta da Dio: perciò trasformate le vostre apprensioni in preghiera, meditazione, confronto pacato. Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto. Educare è una grazia che il Signore vi fa: accoglietela con gratitudine e senso di responsabilità. Talora richiederà pazienza e amabile condiscendenza, talora fermezza e determinazione, talora, in una famiglia, capita anche di litigare e di andare a letto senza salutarsi: ma non perdetevi d'animo, non c'è niente di irrimediabile per chi si lascia condurre dallo Spirito di Dio.
E affidate spesso i vostri figli alla protezione di Maria, non tralasciate una decina del rosario per ciascuno di loro: abbiate fiducia e non perdete la stima né di voi stessi né dei vostri figli. Educare è diventare collaboratori di Dio perché ciascuno realizzi la sua vocazione.
La collaborazione alla gioia dei figli
La gioia che desiderate per voi e per i vostri figli è un misterioso dono di Dio: giunge a noi come la luce amica delle stelle, come una musica lieta, come il sorriso di un volto desiderato. La collaborazione che i genitori possono offrire alla gioia dei figli è l'educazione cristiana. L'educazione non è un meccanismo che condiziona, ma l'accompagnamento di una giovane libertà perché, se vuole, giunga al suo compimento nell'amore. Educare è dunque un servizio umile, che può conoscere il fallimento; è però anche una impresa formidabile di cui un uomo e una donna possono gioire con inesprimibile intensità.
L'educazione cristiana è il paziente e tenace lavoro che prepara il terreno al dono della gioia di Dio. Infatti la luce delle stelle non si vede se il bagliore sfacciato delle luminarie nasconde la notte, la musica lieta non avvolge di consolazione quando il frastuono del rumore è assordante e non si ha tempo per un volto amico nella eccitazione di una folla in delirio. Per disporre alla gioia è dunque necessaria una purificazione che non va senza fatiche.
Voglio alludere almeno ad alcune delle purificazioni che mi sembrano particolarmente necessarie oggi.
La purificazione degli affetti significa introdurre alla gioia che è sconosciuta a chi immagina i rapporti tra l'uomo e la donna come una via per ridurre l'altro a strumento per la propria gratificazione e rassicurazione: allora gli affetti degenerano a passione, possessività, sensualità.
Lo spirito di servizio e la disponibilità al sacrificio introducono alla gioia che si rallegra di vedere gli altri contenti, le iniziative funzionare bene, le comunità ordinate e vivaci. È una gioia sconosciuta a chi impigrisce nell'inconcludenza. Come mi stringe il cuore considerare lo sperpero di tempo, di risorse giovani e affascinanti, di intelligenza e denaro che vedo compiersi da parte di tante compagnie dei nostri ragazzi! Come è urgente reagire all'inerzia e alla malavoglia per edificare una vita lieta!
La purificazione dalla paura del futuro è urgente per introdurre alla gioia della definitività. Una vita si compie quando si definisce in una dedizione: la scelta definitiva deve essere desiderata come la via della pace, come l'ingresso nell'età adulta e nelle sue responsabilità. Siano benedetti quei genitori che con la fedeltà del loro volersi bene insegnano che la definitività è una grazia e non un pericolo da temere, ne una limitazione della libertà da ritardare il più possibile. Pericolosa e fonte di inquietudine è invece la precarietà, la provvisorietà, lo smarrimento che lasciano un giovane parcheggiato nella vita, incerto sulla sua identità e spaventato del suo futuro.
Educare all'appartenenza alla Chiesa
Voi genitori sentite la responsabilità di provvedere alla felicità dei vostri figli: siete disposti a concedere molto, talora anche troppo, "purché lui sia contento". Questo diventa motivo di ansia, di sensi di colpa, di esasperazione quando non riuscite a ottenere dai figli che assumano, condividano le vostre indicazioni, quando risultano impraticabili le proposte che sembrano tanto ovvie ai preti, agli insegnanti, agli esperti che scrivono sui giornali.
A me sembra che sia più saggio considerare che i genitori non sono colpevoli di tutti gli errori e l'infelicità dei figli, di tutto lo squallore di certe giovinezze sciupate nell'inconcludenza o nella trasgressione.
È eccessivo che un papà e una mamma si sentano colpevoli di tutto: è più prudente e rasserenante condividere la responsabilità dentro una comunità.
Quando avete portato il vostro bambino in Chiesa per chiedere il battesimo avete dichiarato la vostra fede nel Padre che sta nei cieli e la vostra decisione che il figlio crescesse nella comunità cristiana.
Mi sembra che una conseguenza coerente della scelta di chiedere il battesimo per i propri figli sia un'opera educativa che si preoccupi di inserire in una comunità, di promuovere la partecipazione, di insinuare nei ragazzi e nei giovani un senso di appartenenza alla comunità cristiana in cui si educa alla fede, alla preghiera, alla domanda sul futuro. Una famiglia che si isola, che difende la propria tranquillità sottraendosi agli appuntamenti comunitari risulta alla fine più fragile e apre la porta a quel nomadismo dei giovani che vanno qua e là assaggiando molte esperienze, anche contraddittorie, senza nutrirsi di nessun cibo solido.
Inserirsi in una comunità può richiedere qualche fatica e non risparmia qualche umiliazione: penso alle famiglie che hanno cambiato casa e si sentono perdute nei quartieri nuovi, penso a quelle che hanno sofferto qualche incomprensione, penso a quelle appassionate dell'andare altrove per vedere gente, per praticare sport, per respirare un po' d'aria buona. Ecco: viene il tempo in cui scegliere le priorità. Il futuro dei vostri figli ha bisogno di scelte che dichiarino che cosa è più importante.
Ritenere irrinunciabile la partecipazione alla Messa domenicale introduce a una mentalità di fede che ritiene che senza il Signore non si può fare niente di buono.
Perciò la frequenza alla Messa domenicale nella vostra parrocchia, la partecipazione alle feste della comunità, l'assunzione di qualche responsabilità, la cura perché i figli frequentino l'oratorio, la catechesi, gli impegni e le iniziative dei giovani della parrocchia, sono un modo per favorire questo senso di appartenenza che dà stabilità e conduce a un progressivo farsi carico della comunità che può maturare anche in una vocazione al suo servizio.
Apprezzamento per la vita dei preti
Mi capita talora di raccogliere nei genitori una specie di paura, di apprensione al sospetto che un figlio possa orientarsi al ministero sacerdotale. Anche i genitori dei seminaristi mi fanno intuire la loro inquietudine, come se mi domandassero: "Ma che vita aspetta mio figlio, se diventa prete? Sarà felice? Sarà solo?".
Vorrei rispondere che la vita del prete, di oggi e di domani, come quella di ieri, è una vita cristiana: perciò chi vuol essere un bravo prete porterà la sua croce ogni giorno, come fate voi, in una dedizione che non sarà sempre gratificata da riconoscenza e da risultati, in un esercizio di responsabilità che incontrerà anche la critica e l'incomprensione, in un assedio di impegni e di pretese che sarà talora logorante.
Tuttavia non si considera abbastanza - mi sembra - ciò che rende bella la vita di un prete, bella e lieta in un modo unico.
Il prete infatti vive soprattutto di relazioni: dedica il suo tempo alle persone. Non si cura di cose, di carte, di soldi, se non secondariamente. Passa il suo tempo a incontrare gente: i bambini e gli anziani, i giovani e gli adulti, i malati e i sani, quelli che gli vogliono bene e lo aiutano e quellì che lo criticano, lo deridono, e pretendono. È una esperienza umana straordinaria. E incontra le persone non per trarne qualche vantaggio, ma per prendersi cura di loro, della loro vocazione alla gioia, del loro essere figli di Dio. Al prete le persone spesso aprono il loro cuore per una confidenza che non ha eguali nei rapporti umani e in questa confidenza viene seminata la Parola che dice la verità, che apre alla speranza eterna, che guarisce con il perdono.
Il prete vive una libertà straordinaria: ha consegnato se stesso alla Chiesa e perciò, se è coerente con la sua vocazione, non ha apprensioni per il suo futuro, non si attacca alle cose, non si assilla per arricchire. Il prete celebra per se e per la gente i misteri della salvezza: opera delle sue mani non sono prodotti precari, fortune esposte all'incerta sorte delle cose umane. Celebrando i santi misteri offre alla gente la grazia d'entrare nella vita eterna, la comunione con Gesù.
Mi sembra opportuno ricordare ciò che rende grande e bella la vita del prete, perché l'enfasi sulle fatiche, la sottolineatura delle difficoltà non oscuri questa forma splendida di vita cristiana.
Penso che un papà e una mamma possano comprendere, al di là dei luoghi comuni e delle reazioni emotive, quale grande grazia sia il dono del sacerdozio e possano perciò rallegrarsi se un loro figlio sente l'attrattiva per questa strada: vi assicuro che non gli mancherà la gioia, se sarà un bravo prete.
In ogni caso parlare male dei preti e indicarli come responsabili di tutto quanto non va nelle comunità cristiane non può certo aiutare a migliorare le cose e tanto meno incoraggiare un giovane a farsi avanti per assumere un ministero tanto necessario per la Chiesa e tanto bello per chi lo vive bene.
La preghiera per le vocazioni
La bellezza cristiana della vita di un bravo prete e la grazia straordinaria che rappresenta un prete santo per una comunità, devono suggerire a tutti di pregare perché nelle nostre comunità non manchino i preti. La preghiera per le vocazioni al ministero sacerdotale deve essere condivisa da tutta la comunità.
Invito anche voi a pregare in famiglia e a suggerire questa intenzione di preghiera anche ai vostri figli, in obbedienza alla parola del Signore "pregate il padrone della messe che mandi operai per la sua messe" (Luca 10,2).
Come ho scritto ai preti in occasione della festa di San Carlo, questa preghiera non è una specie di delega al Signore perché faccia quello che a noi non riesce: è piuttosto un abbandonarsi intelligente e libero alla guida dello Spirito che diventa disponibilità a compiere le opere di Dio.
Perciò la preghiera per le vocazioni dovrebbe essere più intensamente praticata da parte di coloro che si trovano nell'età e nelle condizioni della scelta del loro stato di vita. Vorrei che ogni adolescente o giovane comprendesse che la verità della preghiera per le vocazioni è raggiunta quando nel fondo risuona come la preghiera di Isaia: "Signore, se vuoi, manda me!" (cfr. Isaia 6,8).
Fonte: http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=124740
domenica 4 aprile 2010

BUONA PASQUA
FELIZ PASCUA
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domenica, aprile 04, 2010
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martedì 30 marzo 2010
Ai laici vorrei dire: basta ateismo, restate in ricerca
Avvenire, 17 febbraio 2010
intervista a ENZO BIANCHI
di LORENZO FAZZINI
Una fede detta in modo più «antropologico», un ateismo non dogmatico ma aperto alla ricerca. Per Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose e apprezzato biblista, sono questi due i poli di un’auspicata stagione di confronto tra laici e credenti.
Cos’era e cosa dice oggi la figura del “cortile dei gentili?”
L’atrio per i gentili, i goim, era la parte più esterna del Tempio di Gerusalemme, suddiviso in tre zone precise: una per il popolo di Israele, una per i sacerdoti, e poi il cuore del tempio, il Santo dei santi in cui vi era la presenza di Dio. Attorno a queste tre aree vi era uno spazio con un colonnato delimitato da un muro. Qui potevano entrare i gentili, ovvero i pagani, come attestato da un’iscrizione rinvenuta su questa parete, una delle scoperte più preziose dell’archeologia biblica. È proprio di quel muro che Paolo parla nella sua lettera agli Efesini quando scrive di un “muro di divisione” tra il popolo eletto e le genti. Il cortile era una zona di silenzio dove si trovavano alcuni rabbini disponibili a parlare su Dio e dire qualche parola sulla Torah, la Legge, spiegando la specificità di Israele a quanti volevano saperne di più. È proprio questo il posto che Gesù ha trovato come un luogo di mercato, invaso dai cambiavalute che fornivano agli ebrei le monete adatte a versare il tributo al Tempio. Gesù allora rese di nuovo libero questo spazio e, come riporta il vangelo, riprese le parole di Dio nell’Antico Testamento: “la mia casa è casa di preghiera per tutte le genti”. Così dimostrava quanto egli fosse preoccupato che chi non aveva Dio potesse accedere a Lui e in qualche modo trovare una risposta alla propria ricerca. Per questo giustamente Benedetto XVI auspica che tra cristianesimo e gli atei, o i diversamente credenti, vi sia una possibilità di dialogo. L’atrio dei gentili è una cifra in cui è possibile ravvisare un possibile confronto in cui ci si ascolti a vicenda e dove chi non è cristiano possa dar corso al proprio indagare.
Oggi c’è questo spazio di dialogo?
Abbiamo avuto negli ultimi decenni alcuni esempi, come la Cattedra dei non credenti del cardinale Martini a Milano. Anche qui a Bose si fa in modo che non cristiani e atei possano essere ascoltati e confrontarsi sulla fede e il senso della vita con chi crede. Penso che ogni chiesa locale dovrebbe trovare nella varietà delle forme una possibilità simile. Molte iniziative vengono fatte da non cristiani che invitano i credenti. Mi sembra che noi cattolici non siamo più audaci e irrequieti nel cercare il dialogo. Spesso si vede tutto questo ai festival di diverse discipline nelle varie città, dove nel bene e nel male i più ascoltati sono i conferenzieri cristiani e cattolici chiamati a intervenire su determinati temi. Da parte nostra, da parte dei credenti intendo, si vede una certa timidezza e pigrizia.
Diversi interlocutori cattolici hanno rilevato come sia necessario una purificazione della fede. Cosa significa questo a livello culturale?
Credo che dobbiamo tener conto di quanto Benedetto XVI afferma, ovvero l’esigenza di purificare la ragione. Dobbiamo avere la pazienza e l’audacia di mettere la fede al vaglio della ragione e saper rispondere a chi chiede le ragioni del nostro credere. Non in nome di un razionalismo stretto ma per il fatto che il logos, riflesso del Logos divino, accomuna gli esseri umani. Questo è il primo sforzo da fare, ma anche quello che ci crea difficoltà: dobbiamo parlare un linguaggio antropologico, non teologico e dogmatico, per far capire a tutti che quello cristiano è un cammino di umanizzazione. Per far comprendere che tra fede e antropologia non c’è antagonismo, bensì che il cristianesimo è a servizio dell’essere umano. Noi credenti dobbiamo farci capire con un linguaggio antropologico capace di evidenziare il servizio reso all’uomo.
Molti laici sottolineano la loro distanza dai laicisti o “nuovi atei”. Ma questi ultimi hanno notevole risonanza mediatica. Che fare allora?
Credo che non ci si debba spaventare del loro successo, che rappresenta il fatto di un momento. Al di là del loro vezzo anticristiano, essi non hanno argomenti che possono durare. Credo che ci siano tanti non cristiani che desiderano un vero dialogo con i credenti. Queste persone sono disposte a fare un dialogo intorno a Gesù, una figura che per loro resta intrigante. L’umanità di Cristo li tocca. Quei laici che anche da Dio si tengono lontano e Lo sentono una parola pericolosa, quando si parla di Cristo dimostrano interesse. Mi riferisco al vangelo di Giovanni quando vennero i gentili che dissero agli apostoli: vogliamo vedere Gesù. Io prenderei sul serio questo interesse dei laici, Gesù li intriga, non è ostacolo per loro: forse lo è la Chiesa, forse anche Dio. Noi dobbiamo tenerne conto e valorizzare il dato che il nostro Dio ci è stato rivelato dall’uomo Gesù, figlio di Dio.: .
C’è però molta ignoranza, anche mediaticamente diffusa, sulla figura di Cristo …
Sono cosciente che ci sono bestseller in cui tutta la figura di Gesù è svuotata storicamente. Dobbiamo opporre a queste teorie, che sono accattivanti, la possibilità di un’umanità di Gesù che risulti intrigante. Su questo mi sembra che manchiamo noi. Ci sono avventurieri che riescono a dire qualcosa di pruriginoso su Gesù e a svenderlo per ricavarne qualche vantaggio.
Lei ha messo spesso in guardia il mondo cattolico dalla tentazione del clericalismo. E chiede maggior profezia alla Chiesa nella società. E cosa vorrebbe chiedere ai non credenti?
Che la loro condizione di ateismo non sia un dato assoluto ma una condizione di ricerca. Se tra i cristiani il teismo è un atteggiamento religioso sbagliato, per gli atei altrettanto sarebbe il dogma di affermare che Dio non esiste. Chiederei loro di restare in una laica ricerca di apertura. E aggiungerei: sconfiggiamo insieme il dogmatismo. Altrimenti ne nasce un dualismo che ha la sua ragione d’essere nell’offrire solo le proprie posizioni, senza che ci sia un confronto vero. Su questo la situazione in Italia è diversificata: vi sono alcuni laici che, inseriti in questo atteggiamento di ricerca, non vogliono stare immobili in dogmatismi sul non credere e si mettono in cammino. C’è poi un’altra parte in cui l’anticlericalismo è tale che scivola in un ateismo degradato e che rifiuta tutto quello che concerne la fede. Questi dimenticano che la fede è anzitutto un atto umano. Il primo passo del credere è davvero umano, e per questo dovremmo considerarlo come un atto che veramente ci unisce. L’amore tra un uomo e una donna, l’amicizia, la stessa politica come possibilità di costruire la polis, sono tutti atti di fede, di fiducia nel fatto che esiste e può esistere un legame, una storia, una politica. L’atto di fede non esclude che si creda nell’uomo.
Alcuni interlocutori in questi colloqui segnalavano – in particolare la teologa Cettina Militello - l’indifferenza religiosa ormai dilagante. Cosa fare di fronte a questa situazione di post-ateismo?
È vero, c’è una grande anestetizzazione nella società perché viviamo nell’individualismo sfrenato e nella dittatura delle emozioni per cui l’uomo è impegnato solo in quel divertissement di cui parlava Pascal. Al di là di tutto penso, però, che gli esseri umani siano in ricerca dell’amore, e l’amore vero. E Gesù ci ha narrato che Dio è amore. Bisogna allora trovare il modo per annunciare che Gesù non è una figura mitica come tante o il fondatore di una religione tra le altre, bensì colui che ha svelato l’uomo all’uomo: potremmo dire l’uomo per eccellenza. La sua vita è stata un’opera d’arte. Se presentato così, anche agli indifferenti Gesù non resta indifferente.
intervista a ENZO BIANCHI
di LORENZO FAZZINI
intervista a ENZO BIANCHI
di LORENZO FAZZINI
Una fede detta in modo più «antropologico», un ateismo non dogmatico ma aperto alla ricerca. Per Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose e apprezzato biblista, sono questi due i poli di un’auspicata stagione di confronto tra laici e credenti.
Cos’era e cosa dice oggi la figura del “cortile dei gentili?”
L’atrio per i gentili, i goim, era la parte più esterna del Tempio di Gerusalemme, suddiviso in tre zone precise: una per il popolo di Israele, una per i sacerdoti, e poi il cuore del tempio, il Santo dei santi in cui vi era la presenza di Dio. Attorno a queste tre aree vi era uno spazio con un colonnato delimitato da un muro. Qui potevano entrare i gentili, ovvero i pagani, come attestato da un’iscrizione rinvenuta su questa parete, una delle scoperte più preziose dell’archeologia biblica. È proprio di quel muro che Paolo parla nella sua lettera agli Efesini quando scrive di un “muro di divisione” tra il popolo eletto e le genti. Il cortile era una zona di silenzio dove si trovavano alcuni rabbini disponibili a parlare su Dio e dire qualche parola sulla Torah, la Legge, spiegando la specificità di Israele a quanti volevano saperne di più. È proprio questo il posto che Gesù ha trovato come un luogo di mercato, invaso dai cambiavalute che fornivano agli ebrei le monete adatte a versare il tributo al Tempio. Gesù allora rese di nuovo libero questo spazio e, come riporta il vangelo, riprese le parole di Dio nell’Antico Testamento: “la mia casa è casa di preghiera per tutte le genti”. Così dimostrava quanto egli fosse preoccupato che chi non aveva Dio potesse accedere a Lui e in qualche modo trovare una risposta alla propria ricerca. Per questo giustamente Benedetto XVI auspica che tra cristianesimo e gli atei, o i diversamente credenti, vi sia una possibilità di dialogo. L’atrio dei gentili è una cifra in cui è possibile ravvisare un possibile confronto in cui ci si ascolti a vicenda e dove chi non è cristiano possa dar corso al proprio indagare.
Oggi c’è questo spazio di dialogo?
Abbiamo avuto negli ultimi decenni alcuni esempi, come la Cattedra dei non credenti del cardinale Martini a Milano. Anche qui a Bose si fa in modo che non cristiani e atei possano essere ascoltati e confrontarsi sulla fede e il senso della vita con chi crede. Penso che ogni chiesa locale dovrebbe trovare nella varietà delle forme una possibilità simile. Molte iniziative vengono fatte da non cristiani che invitano i credenti. Mi sembra che noi cattolici non siamo più audaci e irrequieti nel cercare il dialogo. Spesso si vede tutto questo ai festival di diverse discipline nelle varie città, dove nel bene e nel male i più ascoltati sono i conferenzieri cristiani e cattolici chiamati a intervenire su determinati temi. Da parte nostra, da parte dei credenti intendo, si vede una certa timidezza e pigrizia.
Diversi interlocutori cattolici hanno rilevato come sia necessario una purificazione della fede. Cosa significa questo a livello culturale?
Credo che dobbiamo tener conto di quanto Benedetto XVI afferma, ovvero l’esigenza di purificare la ragione. Dobbiamo avere la pazienza e l’audacia di mettere la fede al vaglio della ragione e saper rispondere a chi chiede le ragioni del nostro credere. Non in nome di un razionalismo stretto ma per il fatto che il logos, riflesso del Logos divino, accomuna gli esseri umani. Questo è il primo sforzo da fare, ma anche quello che ci crea difficoltà: dobbiamo parlare un linguaggio antropologico, non teologico e dogmatico, per far capire a tutti che quello cristiano è un cammino di umanizzazione. Per far comprendere che tra fede e antropologia non c’è antagonismo, bensì che il cristianesimo è a servizio dell’essere umano. Noi credenti dobbiamo farci capire con un linguaggio antropologico capace di evidenziare il servizio reso all’uomo.
Molti laici sottolineano la loro distanza dai laicisti o “nuovi atei”. Ma questi ultimi hanno notevole risonanza mediatica. Che fare allora?
Credo che non ci si debba spaventare del loro successo, che rappresenta il fatto di un momento. Al di là del loro vezzo anticristiano, essi non hanno argomenti che possono durare. Credo che ci siano tanti non cristiani che desiderano un vero dialogo con i credenti. Queste persone sono disposte a fare un dialogo intorno a Gesù, una figura che per loro resta intrigante. L’umanità di Cristo li tocca. Quei laici che anche da Dio si tengono lontano e Lo sentono una parola pericolosa, quando si parla di Cristo dimostrano interesse. Mi riferisco al vangelo di Giovanni quando vennero i gentili che dissero agli apostoli: vogliamo vedere Gesù. Io prenderei sul serio questo interesse dei laici, Gesù li intriga, non è ostacolo per loro: forse lo è la Chiesa, forse anche Dio. Noi dobbiamo tenerne conto e valorizzare il dato che il nostro Dio ci è stato rivelato dall’uomo Gesù, figlio di Dio.: .
C’è però molta ignoranza, anche mediaticamente diffusa, sulla figura di Cristo …
Sono cosciente che ci sono bestseller in cui tutta la figura di Gesù è svuotata storicamente. Dobbiamo opporre a queste teorie, che sono accattivanti, la possibilità di un’umanità di Gesù che risulti intrigante. Su questo mi sembra che manchiamo noi. Ci sono avventurieri che riescono a dire qualcosa di pruriginoso su Gesù e a svenderlo per ricavarne qualche vantaggio.
Lei ha messo spesso in guardia il mondo cattolico dalla tentazione del clericalismo. E chiede maggior profezia alla Chiesa nella società. E cosa vorrebbe chiedere ai non credenti?
Che la loro condizione di ateismo non sia un dato assoluto ma una condizione di ricerca. Se tra i cristiani il teismo è un atteggiamento religioso sbagliato, per gli atei altrettanto sarebbe il dogma di affermare che Dio non esiste. Chiederei loro di restare in una laica ricerca di apertura. E aggiungerei: sconfiggiamo insieme il dogmatismo. Altrimenti ne nasce un dualismo che ha la sua ragione d’essere nell’offrire solo le proprie posizioni, senza che ci sia un confronto vero. Su questo la situazione in Italia è diversificata: vi sono alcuni laici che, inseriti in questo atteggiamento di ricerca, non vogliono stare immobili in dogmatismi sul non credere e si mettono in cammino. C’è poi un’altra parte in cui l’anticlericalismo è tale che scivola in un ateismo degradato e che rifiuta tutto quello che concerne la fede. Questi dimenticano che la fede è anzitutto un atto umano. Il primo passo del credere è davvero umano, e per questo dovremmo considerarlo come un atto che veramente ci unisce. L’amore tra un uomo e una donna, l’amicizia, la stessa politica come possibilità di costruire la polis, sono tutti atti di fede, di fiducia nel fatto che esiste e può esistere un legame, una storia, una politica. L’atto di fede non esclude che si creda nell’uomo.
Alcuni interlocutori in questi colloqui segnalavano – in particolare la teologa Cettina Militello - l’indifferenza religiosa ormai dilagante. Cosa fare di fronte a questa situazione di post-ateismo?
È vero, c’è una grande anestetizzazione nella società perché viviamo nell’individualismo sfrenato e nella dittatura delle emozioni per cui l’uomo è impegnato solo in quel divertissement di cui parlava Pascal. Al di là di tutto penso, però, che gli esseri umani siano in ricerca dell’amore, e l’amore vero. E Gesù ci ha narrato che Dio è amore. Bisogna allora trovare il modo per annunciare che Gesù non è una figura mitica come tante o il fondatore di una religione tra le altre, bensì colui che ha svelato l’uomo all’uomo: potremmo dire l’uomo per eccellenza. La sua vita è stata un’opera d’arte. Se presentato così, anche agli indifferenti Gesù non resta indifferente.
intervista a ENZO BIANCHI
di LORENZO FAZZINI
venerdì 19 marzo 2010

San Giuseppe
Sposo della Beata Vergine Maria
19 marzo
Sposo della Beata Vergine Maria
19 marzo
Questa celebrazione ha profonde radici bibliche; Giuseppe è l'ultimo patriarca che riceve le comunicazioni del Signore attraverso l'umile via dei sogni. Come l'antico Giuseppe, è l'uomo giusto e fedele (Mt 1,19) che Dio ha posto a custode della sua casa. Egli collega Gesù, re messianico, alla discendenza di Davide. Sposo di Maria e padre putativo, guida la Sacra Famiglia nella fuga e nel ritorno dall'Egitto, rifacendo il cammino dell'Esodo. Pio IX lo ha dichiarato patrono della Chiesa universale e Giovanni XXIII ha inserito il suo nome nel Canone romano. (Mess. Rom.)
Patronato: Padri, Carpentieri, Lavoratori, Moribondi, Economi, Procuratori Legali
Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall'ebraico
Emblema: Giglio
Martirologio Romano: Solennità di san Giuseppe, sposo della beata Vergine Maria: uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, fece da padre al Figlio di Dio Gesù Cristo, che volle essere chiamato figlio di Giuseppe ed essergli sottomesso come un figlio al padre. La Chiesa con speciale onore lo venera come patrono, posto dal Signore a custodia della sua famiglia.
Sotto la sua protezione si sono posti Ordini e Congregazioni religiose, associazioni e pie unioni, sacerdoti e laici, dotti e ignoranti. Forse non tutti sanno che Papa Giovanni XXIII, di recente fatto Beato, nel salire al soglio pontificio aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta era la devozione che lo legava al santo falegname di Nazareth. Nessun pontefice aveva mai scelto questo nome, che in verità non appartiene alla tradizione della Chiesa, ma il “papa buono” si sarebbe fatto chiamare volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo. Grande, eppure ancor oggi piuttosto sconosciuto. Il nascondimento, nel corso della sua intera vita come dopo la sua morte, sembra quasi essere la “cifra”, il segno distintivo di san Giuseppe. Come giustamente ha osservato Vittorio Messori, “lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nella storia della salvezza”. Il Nuovo Testamento non attribuisce a san Giuseppe neppure una parola. Quando comincia la vita pubblica di Gesù, egli è probabilmente già scomparso (alle nozze di Cana, infatti, non è menzionato), ma noi non sappiamo né dove nè quando sia morto; non conosciamo la sua tomba, mentre ci è nota quella di Abramo che è più vecchia di secoli. Il Vangelo gli conferisce l’appellativo di Giusto. Nel linguaggio biblico è detto “giusto” chi ama lo spirito e la lettera della Legge, come espressione della volontà di Dio. Giuseppe discende dalla casa di David, di lui sappiamo che era un artigiano che lavorava il legno. Non era affatto vecchio, come la tradizione agiografica e certa iconografia ce lo presentano, secondo il cliché del “buon vecchio Giuseppe” che prese in sposa la Vergine di Nazareth per fare da padre putativo al Figlio di Dio. Al contrario, egli era un uomo nel fiore degli anni, dal cuore generoso e ricco di fede, indubbiamente innamorato di Maria. Con lei si fidanzò secondo gli usi e i costumi del suo tempo. Il fidanzamento per gli ebrei equivaleva al matrimonio, durava un anno e non dava luogo a coabitazione né a vita coniugale tra i due; alla fine si teneva la festa durante la quale s’introduceva la fidanzata in casa del fidanzato ed iniziava così la vita coniugale. Se nel frattempo veniva concepito un figlio, lo sposo copriva del suo nome il neonato; se la sposa era ritenuta colpevole di infedeltà poteva essere denunciata al tribunale locale. La procedura da rispettare era a dir poco infamante: la morte all’adultera era comminata mediante la lapidazione. Ora appunto nel Vangelo di Matteo leggiamo che “Maria, essendo promessa sposa a Giuseppe, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo, prima di essere venuti ad abitare insieme. Giuseppe, suo sposo, che era un uomo giusto e non voleva esporla all’infamia, pensò di rimandarla in segreto”(Mt 18-19). Mentre era ancora incerto sul da farsi, ecco l’Angelo del Signore a rassicurarlo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20-21). Giuseppe può accettare o no il progetto di Dio. In ogni vocazione che si rispetti, al mistero della chiamata fa sempre da contrappunto l’esercizio della libertà, giacché il Signore non violenta mai l’intimità delle sue creature né mai interferisce sul loro libero arbitrio. Giuseppe allora può accettare o no. Per amore di Maria accetta, nelle Scritture leggiamo che “fece come l’Angelo del Signore gli aveva ordinato, e prese sua moglie con sé”(Mt 1, 24). Egli ubbidì prontamente all’Angelo e in questo modo disse il suo sì all’opera della Redenzione. Perciò quando noi guardiamo al sì di Maria dobbiamo anche pensare al sì di Giuseppe al progetto di Dio. Forzando ogni prudenza terrena, e andando al di là delle convenzioni sociali e dei costumi del suo tempo, egli seppe far vincere l’amore, mostrandosi accogliente verso il mistero dell’Incarnazione del Verbo. Nella schiera dei suoi fedeli il primo in ordine di tempo oltre che di grandezza è lui: san Giuseppe è senz’ombra di dubbio il primo devoto di Maria. Una volta conosciuta la sua missione, si consacrò a lei con tutte le sue forze. Fu sposo, custode, discepolo, guida e sostegno: tutto di Maria. (…) Quello di Maria e Giuseppe fu un vero matrimonio? E’ la domanda che affiora più frequentemente sulle labbra sia di dotti che di semplici fedeli. Sappiamo che la loro fu una convivenza matrimoniale vissuta nella verginità (cfr. Mt 1, 18-25), ossia un matrimonio verginale, ma un matrimonio comunque vissuto nella comunione più piena e più vera: “una comunione di vita al di là dell’eros, una sponsalità implicante un amore profondo ma non orientato al sesso e alla generazione” (S. De Fiores). Se Maria vive di fede, Giuseppe non le è da meno. Se Maria è modello di umiltà, in questa umiltà si specchia anche quella del suo sposo. Maria amava il silenzio, Giuseppe anche: tra loro due esisteva, né poteva essere diversamente, una comunione sponsale che era vera comunione dei cuori, cementata da profonde affinità spirituali. “La coppia di Maria e Giuseppe costituisce il vertice – ha detto Giovanni Paolo II –, dal quale la santità si espande su tutta la terra” (Redemptoris Custos, n. 7). La coniugalità di Maria e Giuseppe, in cui è adombrata la prima “chiesa domestica” della storia, anticipa per così dire la condizione finale del Regno (cfr. Lc 20, 34-36 ; Mt 22, 30), divenendo in questo modo, già sulla terra, prefigurazione del Paradiso, dove Dio sarà tutto in tutti, e dove solo l’eterno esisterà, solo la dimensione verticale dell’esistenza, mentre l’umano sarà trasfigurato e assorbito nel divino. “Qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada”, sosteneva S. Teresa d’Avila. “Io presi per mio avvocato e patrono il glorioso s. Giuseppe e mi raccomandai a lui con fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi, in cui era in gioco il mio onore e la salute dell’anima. Ho visto che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare...”( cfr. cap. VI dell’Autobiografia). Difficile dubitarne, se pensiamo che fra tutti i santi l’umile falegname di Nazareth è quello più vicino a Gesù e Maria: lo fu sulla terra, a maggior ragione lo è in cielo. Perché di Gesù è stato il padre, sia pure adottivo, di Maria è stato lo sposo. Sono davvero senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a san Giuseppe. Patrono universale della Chiesa per volere di Papa Pio IX, è conosciuto anche come patrono dei lavoratori nonché dei moribondi e delle anime purganti, ma il suo patrocinio si estende a tutte le necessità, sovviene a tutte le richieste. Giovanni Paolo II ha confessato di pregarlo ogni giorno. Additandolo alla devozione del popolo cristiano, in suo onore nel 1989 scrisse l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos, aggiungendo il proprio nome a una lunga lista di devoti suoi predecessori: il beato Pio IX, S. Pio X, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI.
Autore: Maria Di Lorenzo
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