venerdì 24 dicembre 2010

BUON NATALE

BUON NATALE

Dall'immagine tesa
Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire,
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà forse già viene
il suo bisbiglio.

Clemente Rebora, 1920

lunedì 6 dicembre 2010

Enzo Bianchi il Priore di Bose a Palazzo Ducale di Genova

ENZO BIANCHI, monaco, scrittore, fondatore e attuale priore della Comunità monastica di Bose, a Genova martedì 28 settembre, ha parlato – nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale – sul tema “L’altro siamo noi”. L’incontro fa parte del ciclo “Mediterranea. Voci tra le sponde”, giunto quest’anno alla sua seconda edizione. Enzo Bianchi nel suo ultimo libro riprende i temi dell’incontro tra culture. E’ il dialogo che consente di passare dall’espressione di identità e differenze a una condivisione dei valori dell’altro: non per farli propri, bensì per comprenderli. Introduce l’incontro la scrittrice e giornalista http://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/2010/09/enzo-bianchi-il-priore-di-bose-palazzo.htmldi Rai-Radio3 Gabriella Caramore.

domenica 5 dicembre 2010

GIORNATA DEL MIGRANTE


La missione cattolica italiana, la domenica 28 di novembre, si è rivestita di colori e di nazionalità. Gia dalla Santa Messa, preseduta da padre Marzio Toniazzo segretario della CCUM, commissione cattolica uruguaya d’emigrazione, il presbiterio era rivestito di bandiere, per significare i paesi, i migranti di diverse nazionalità intorno all’Eucaristia, dove intorno al Signore è possibile vivere e celebrare come fratelli.
Dopo la funzione religiosa tutti nei giardini della missione per il momento del compartire: cibo tipico e danze, ed ecco Paraguay con i suoi balli quello del cantaro e del “pajaro campana”, di Colombia, Perù e Bolivia, lituania e per finire con la tarantella italiana con il gruppo “stelle campane”.
Le foto si trovono nel: Álbumes web de Picasa - salvatore

sabato 4 dicembre 2010

97ma Giornata Mondiale delle Migrazioni 2011

MESSAGGIO PAPA 2011

Cari Fratelli e Sorelle,
la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato offre l'opportunità, per tutta la Chiesa, di riflettere su un tema legato al crescente fenomeno della migrazione, di pregare affinché i cuori si aprano all'accoglienza cristiana e di operare perché crescano nel mondo la giustizia e la carità, colonne per la costruzione di una pace autentica e duratura. .....


97ma Giornata Mondiale delle Migrazioni 2011

Il 16 gennaio 2010 si celebra la 97ma Giornata Mondiale delle Migrazioni che ha per tema "Una sola famiglia umana".La celebrazione sarà presieduta dal card. Angelo Bagnasco dalla Cattedrale di Genova. La Giornata, voluta da Pio X nel 1914, è la più antica, ma è ancora oggi più attuale che mai.
La sua attenzione e la sua preghiera infatti sono rivolte non solo agli emigrati italiani, ma anche a tutte le altre persone coinvolte nella mobilità umana e precisamente agli immigrati e profughi, ai rom e sinti, ai fieranti e circensi, ai marittimi e agli aeroportuali.

La Lectio Divina: fondamenti e prassi

INCONTRO DICEMBRE

INCONTRO NOVEMBRE

domenica 3 ottobre 2010







PRESENTAZIONE:
TI RICORDI?
La veta quotidiana degli italiani
"Ti ricordi?" chiede chi cerca di ritrovare la memoria di cose e persone perdute. Si conclude con questa mostra fotografica e multimediale il programma culturale avviato da questo Consolato nel 2008 sull'identitá italiana in Uruguay. Dopo il concorso artístico, "Tracce dell'italianitá" e il Progetto Matriz - dedicato all'arte contemporanea di origine italiana declinata al femminile - e sempre con il pensiero rivolto alíe nuove generazioni di discendenti di italiani, si vuole valorizzare il gesto di chi ha conservato fotografíe, oggetti, film "fatti in casa", testimonianze delta veta quotidiana di ieri che diventano oggi documento storico.
Sono proprio questi piccoli ricordi a rappresentare la nuova veta di famiglie che lasciavano I'italia per stabilirsi altrove. Una quotidianeitá segnata dalla volontá di integrarse senza perdere la memoria e le radici. Volontá che incide sull'ambiente e Bulla societá di accoglienza trasformandola.
Fondamentale nello sforzo di "non dimenticare" il ruolo delle associazioni delta collettivitá italiana, spazi e rete di condivisione e scambio, di mutuo soccorro e sostegno. Grazie alle associazioni si é potuto raccogliere ed esporre il materiale per questa piccola mostra. L'impegno che le caratterizza ha prodotto inoltre numerosi lavori di riflessione, documente scritti e filmati, Bulle collettivitá regional¡ e sull'emigrazione-che hanno permesso di dare un carattere mutlimediale all'evento. La mostra non si sarebbe potuta realizzare senza ('importante contributo del Centro Municipale di Fotografía (CMDF) - ringrazio di cuore il Direttore Daniel Sosa - delle imprese d'origine italiana, La Spezia e Bodega Pisano, peraltro indimenticabili protagoniste dell'italianitá in Uruguay e del quotidiano Gente d'Italia.
Si propone quindi una mostra "viva" dove si espongono foto, si presentano attivitá, si promuovono incontri e tavole rotonde tra i protagonisti e tra i discendenti dell’immigrazione italiana in Uruguay. Per questo si invitano la collettivitá italiana e tutti i cittadini a partecipare, in linea con ('intento d'integrazione che anima il Museo de Las Migraciones/Baazar de las Culturas, del quale siamo ospiti dal prossimo 30 settembre.
Al Direttore Victor Cunha, va il nostro piú sincero ringraziamento anche per aver aderito con tanto entusiasmo a questo progetto, che non vuole ovviamente avanzare alcuna pretesa di ricostruzione storica né di uno studio approfondito ed esaustivo. Si tratta semplicemente di un primo tentativo collettivo di esercitare la capacitá di ricordare e di un nuovo omaggio all'italianitá in Uruguay.
La mostra, sostenuta con la disponibilitá di sempre da¡ Comune di Montevideo, é stata dichiarata d'interesse culturale dal Ministero di Educazione e Cultura (MEC) e d'interesse Ministeriale da¡ Ministero Affari Esteri (MRREE) uruguayano. Vivi ringraziamenti vanno soprattutto al Ministro de¡¡' Educazione e della Cultura Ing. Ricardo Ehrlich, al Direttore Nazionale di Cultura del MEC Hugo Achugar e al Direttore per gli Affari Culturali del MREE, Ambasciatore Alberto Guani.
Meritano grande ammirazione I'appassionato impegno e la vivacitá intellettuale di Jacqueline Lacasa, che per il terzo anno consecutivo e sempre con rigore e intelligenza é stata la nostra curatrice. Con Jaqueline, la giovane ricercatrice della UCU Julieta Keldjian Etchessarry, che ha offerto un prezioso contributo nella selezione e nel trattamento di material¡ delicatissimi anche da¡ punto di vista affettivo. Fondamentale per questo lavoro I'appoggio de¡¡' Universitá Cattolica de¡¡' Uruguay con il suo Centro Técnico Audiovisivo. Ringrazio personalmente anche Mario Delgado e il fotografo Leo Barizzoni per le idee e i consigli. Al fotografo Silvio Andrea de Marco. "nuovo immigrante" italiano e artista di grande talento, sono grata per il suo tempo, le sue fotografie, la sua disponibilitá e professionalitá.
All'Ambasciatore d'ltalia Guido Scalici rinnovo la mia gratitudine per avermi sempre sostenuta nell'impegno culturale con la collettivitá.
A tutte le famiglie italiane - che con le loro scelte di vita hanno cambiato la storia dell'Uruguay - e alle nostre associazioni, grazie di cuore per la vostra generosa e sensibile partecipazione.
Gaia Lucilla Danese, Console d'Italia Montevideo
(dal catalogo della mostra)

INCONTRO settembre 2010

sabato 5 giugno 2010

Boletín Parroquial CAMINANDO JUNTOS - Año 1 n° 2

Boletín Parroquial CAMINANDO JUNTOS - Año 1 n° 2
Parroquia Nuestra Señora de la Asunción y Madre de los Migrantes

INCONTRO giugno 2010

L'accoglienza dello straniero
FAMIGLIA CRISTIANA, giugno 2010

È sempre più frequente trovare nei media l’eco, a volte ingigantita, della voce di amministratori locali che usano nei confronti degli immigrati gli stessi stereotipi di accuse che gli italiani all’estero si sono sentiti rivolgere per oltre un secolo: dalla naturale propensione alla delinquenza a usi e costumi intollerabili secondo gli autoctoni. Forse chi riveste un ruolo politico o amministrativo pensa così di dar voce ai sentimenti dei cittadini che rappresenta, mentre in realtà innesca una spirale perversa che alimenta gli istinti più irrazionali e complica ulteriormente la difficile armonizzazione della convivenza civile.
Ma i cristiani hanno una parola in merito all’accoglienza dello straniero, una parola che viene loro dal Vangelo e che li chiama a rendere conto della speranza che abita i loro cuori? E possono ricercare una prassi quotidiana e perseguire una visione della polis che tenga conto di questa parola? I cristiani, a lungo considerati essi stessi “stranieri” rispetto alla cultura dominante e “pellegrini” rispetto ad appartenenze radicate nel territorio, hanno sempre avuto al cuore della loro etica l’accoglienza dello straniero, del pellegrino, del viandante, secondo l’identificazione annunciata dal loro Signore: “ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt 25,35). Ma per affrontare i problemi legati all’immigrazione nell’odierna situazione socio-economica dei nostri paesi occidentali c’è bisogno di creatività e audacia, di coraggio nell’addentrarsi nei terreni poco esplorati dell’integrazione e della convivenza tra diversi, di discernimento su una realtà estremamente complessa come quella della globalizzazione. Tuttavia il discernimento fondamentale che un cristiano deve compiere è quello di riconoscere nel volto dell’altro la presenza di Cristo: l’esigenza evangelica dell’amore persino per i nemici, l’esortazione di Gesù a farsi prossimo di chi è nella sofferenza, l’esempio della primitiva comunità di Gerusalemme in cui non c’era nessun bisognoso perché tutto era messo in comune restano infatti per il cristiano richiami costanti – e mai pienamente soddisfatti – a rendere la propria condotta degna di un autentico discepolo del Signore Gesù. Il cristiano sa che anche sul rapporto che intrattiene con lo straniero sarà giudicato, perché Gesù ha profetizzato: “Venite, benedetti, perché ero straniero e mi avete accolto!”.
ENZO BIANCHI

lunedì 19 aprile 2010

I migranti e i rifugiati minorenni

96ª GIORNATA MONDIALE DELLE MIGRAZIONI
Domenica, 17 gennaio 2010

SPECIALE SIR
in collaborazione con Migrantes
http://www.agensir.it/sir/dati/2010-01/12-5596/speciale_migrazioni.pdf

Dio ama tutti e la Chiesa non rifiuta nessuno


Il quattordicesimo viaggio internazionale conclude il quinto anno di pontificato

In un clima intenso e commosso l'incontro con otto vittime di abusi


Dio ama ogni persona e la Chiesa non rifiuta nessuno. Da Malta Benedetto XVI indica ancora una volta la strada della carità e della misericordia per "guarire le ferite del peccato" e testimoniare al mondo "la nobile vocazione di amore e di servizio" a cui sono chiamati i cristiani. Bastano poco più di ventisette ore al Papa per riproporre alla popolazione dell'arcipelago del Mediterraneo - che lo accompagna durante la visita con grandi manifestazioni di affetto - il cuore stesso del messaggio evangelico. Quello che 1950 anni fa l'apostolo Paolo, naufragato sulle coste maltesi durante il viaggio che lo portava a Roma, predicò alle genti dell'isola, invitandole "alla conversione, a una nuova vita e a un futuro di speranza".
Il Vangelo - ha ricordato il Pontefice già durante il volo di sabato pomeriggio, 17 aprile, anticipando ai giornalisti i temi del viaggio - "è la vera forza che purifica e guarisce" la Chiesa, il cui corpo è spesso "ferito dai nostri peccati". Un richiamo che ha trovato espressione visibile nell'incontro, svoltosi domenica mattina nella cappella della nunziatura a Rabat, tra Benedetto XVI e otto uomini che in passato hanno subito abusi sessuali da parte di sacerdoti o religiosi.
In un clima intenso ma sereno, senza "timore o senso di oppressione", il Papa ha ascoltato le loro storie cariche di sofferenza. Ne è rimasto "profondamente commosso" - riferisce chi ha assistito all'incontro - e ha espresso la propria vergogna e il proprio dolore per quanto accaduto, assicurando al tempo stesso che la Chiesa "sta facendo, e continuerà a fare, tutto ciò che è in suo potere per indagare sulle accuse, per assicurare alla giustizia i responsabili degli abusi e per mettere in pratica misure efficaci volte a tutelare i giovani in futuro". Dal Pontefice anche la preghiera perché tutte le vittime di abusi "sperimentino guarigione e riconciliazione" in vista di "una rinnovata speranza" nel loro cammino di fede e di vita.
Poco prima, celebrando la messa a Floriana, Benedetto XVI aveva già ricordato che oggi c'è bisogno di riscoprire la misericordia e la fiducia in Dio per guarire "le ferite spirituali" provocate dal peccato. Non sono le realizzazioni materiali o la moderna tecnologia - aveva avvertito - a poter dare risposte autentiche ai desideri profondi dell'uomo. "In ogni ambito della nostra vita - aveva affermato - necessitiamo dell'aiuto della grazia di Dio. Con lui possiamo fare ogni cosa: senza di lui non possiamo fare nulla". Un invito rivolto in modo particolare ai sacerdoti, chiamati dal Papa a rendere "un servizio alla gioia" adempiendo la loro missione in spirito di umiltà, mitezza e generosità.
Anche ai giovani, incontrati nel pomeriggio a Gozo, il Papa ha rievocato l'esperienza di san Paolo per riaffermare che "la potenza dell'amore" è più forte dell'odio e della rabbia che segnano talvolta i comportamenti umani. Di fronte al "potere persuasivo" dei media e dei gruppi di pressione - è stato il suo appello - i cristiani non devono smarrire la centralità di valori come la sacralità della vita e la dignità della persona, soprattutto dei più poveri, dei deboli, degli emarginati. Tra questi il Pontefice ha indicato in particolare gli immigrati alla ricerca di asilo lungo le rotte del Mediterraneo: per loro - ha raccomandato nel discorso conclusivo prima di rientrare in Vaticano - occorrono accoglienza e soccorso, senza dimenticare il dovere di rispettarne i diritti fondamentali.

martedì 13 aprile 2010

Cari genitori vi scrivo. . .

di: Carlo maria martini

Avrete tempo per leggere anche questa lettera? Avrete un momento di calma per condividere qualche mia preoccupazione e considerare qualche mia proposta?

Chi sa come è stata la vostra giornata? Forse dopo ore di lavoro non facile e non senza tensioni, avete affrontato il viaggio di ritorno a casa che è stato più lungo ed esasperante del solito per un ingorgo, per un ritardo, per un qualsiasi imprevisto; e per finire può essere che appena entrati in casa abbiate incrociato lo sguardo risentito della figlia adolescente per un permesso negato e l'irrequietezza del più piccolo con i suoi capricci e la scoraggiante approssimazione nel finire i compiti.

E io oso ancora disturbarvi...!

Dovete credere che mi muove a questo scritto proprio un affetto, una cura per la vostra famiglia, il desiderio di dirvi ancora una volta la mia vicinanza e la mia ammirazione per il vostro compito educativo, così affascinante e talora così logorante.

Vi scrivo per condividere con voi una preoccupazione. Mi sembra di intravedere in molti ragazzi e giovani uno smarrimento verso il futuro, come se nessuno avesse mai detto loro che la loro vita non è un CASO o un rischio, ma è una vocazione.

Ecco, vorrei parlarvi della vocazione dei vostri figli e invitarvi ad aprire loro orizzonti di speranza. Infatti i vostri figli, che voi amate tanto, sono amati ancor prima, e d'amore infinito, da Dio Padre: perciò sono chiamati alla vita, alla felicità che il Signore annuncia nel suo Vangelo. Dunque il discorso sulla vocazione è per suggerire la strada che porta alla gioia, perché questo è il progetto di Dio su ciascuno: che sia felice.



Non dovete dunque temere: il Signore chiama solo per rendere felici. Ecco perché oso disturbarvi. Mi sta a cuore la felicità vostra e dei vostri figli. E per questo mi stanno a cuore tutte le possibili scelte di vita: il matrimonio e la vita consacrata, la dedizione al ministero del prete e del diacono, l'assunzione della professione come una missione... Tutte possono essere un modo di vivere la vocazione cristiana se sono motivate dall'amore e non dall'egoismo, se comportano una dedizione definitiva, se il criterio e lo stile della vita quotidiana è quello del Vangelo.

Vi scrivo, dunque, per dirvi con quale affetto vi sono vicino e condivido la vostra cura perché la vita dei vostri figli che tanto amate non vada perduta.



La famiglia è una vocazione

La prima vocazione di cui voglio parlarvi è la vostra, quella di essere marito e moglie, papà e mamma.

Perciò la mia prima parola è proprio per invitarvi a prendervi cura del vostro volervi bene come marito e moglie: tra le tante cose urgenti, tra le tante sollecitazioni che vi assediano, mi sembra che sia necessario custodire qualche tempo, difendere qualche spazio, programmare qualche momento che sia come un rito per celebrare l'amore che vi unisce.

L'inerzia della vita con le sue frenesie e le sue noie, il logorio della convivenza, il fatto che ciascuno sia prima o poi una delusione per l'altro quando emergono e si irrigidiscono difetti e cattiverie, tutto questo finisce per far dimenticare la benedizione del volersi bene, del vivere insieme, del mettere al mondo i figli e introdurli nella vita.

L' amore che vi ha persuasi al matrimonio non si riduce all'emozione di una stagione un po' euforica, non è solo un'attrazione che il tempo consuma. L'amore sponsale è la vostra vocazione: nel vostro volervi bene potete riconoscere la chiamata del Signore. Il matrimonio non è solo la decisione di un uomo e di una donna: è la grazia che attrae due persone mature, consapevoli, contente, a dare un volto definitivo alla propria libertà. Il volto di due persone che si amano rivela qualcosa del mistero di Dio.

Vorrei pertanto invitarvi a custodire la bellezza del vostro amore e a perseverare nella vostra vocazione: ne deriva tutta una concezione della vita che incoraggia la fedeltà, consente di sostenere le prove, le delusioni, aiuta ad attraversare le eventuali crisi senza ritenerle irrimediabili.

Chi vive il suo matrimonio come una vocazione professa la sua fede: non si tratta solo di rapporti umani che possono essere motivo di felicità o di tormento, si tratta di attraversare i giorni con la certezza della presenza del Signore, con l'umile pazienza di prendere ogni giorno la propria croce, con la fierezza di poter far fronte, per grazia di Dio, alle responsabilità.

Non sempre gli impegni professionali, gli adempimenti di famiglia, le condizioni di salute, il contesto in cui vivete, aiutano a vedere con lucidità la bellezza e la grandezza della vostra vocazione.

È necessario reagire all'inerzia indotta dalla vita quotidiana e volere tenacemente anche momenti di libertà, di serenità, di preghiera.

Vi invito pertanto a pregare insieme, già questa sera, e poi domani e poi sempre:

una preghiera semplice per ringraziare il Signore, per chiedere la sua benedizione per voi, i vostri figli, i vostri amici, la vostra comunità: qualche Ave Maria per tutte quelle attese e quelle pene che forse non si riescono neppure a dire tra di voi.

Vi invito ad aver cura di qualche data, a distinguerla con un segno, come una visita a un santuario, una Messa anche in giorno feriale, una lettera per dire quelle parole che inceppano la voce; la data del vostro matrimonio, quella del battesimo dei vostri figli, quella di qualche lutto familiare, tanto per fare qualche esempio.

Vi invito a trovare il tempo per parlare tra voi con semplicità, senza trasformare ogni punto di vista in un puntiglio, ogni divergenza in un litigio: un tempo per parlare, scambiare delle idee, riconoscere gli errori e chiedervi scusa, rallegrarvi del bene compiuto, un tempo per parlare passeggiando tranquillamente la domenica pomeriggio, senza fretta. E vi invito a stare per qualche tempo da soli, ciascuno per conto suo: un momento di distacco può aiutare a stare insieme meglio e più volentieri.

Vi invito ad avere fiducia nell'incidenza della vostra opera educativa: troppi genitori sono scoraggiati dall'impressione di una certa impermeabilità dei loro figli, che sono capaci di pretendere molto, ma risultano refrattari a ogni interferenza nelle loro amicizie, nei loro orari, nel loro mondo.

La vostra vocazione a educare è benedetta da Dio: perciò trasformate le vostre apprensioni in preghiera, meditazione, confronto pacato. Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto. Educare è una grazia che il Signore vi fa: accoglietela con gratitudine e senso di responsabilità. Talora richiederà pazienza e amabile condiscendenza, talora fermezza e determinazione, talora, in una famiglia, capita anche di litigare e di andare a letto senza salutarsi: ma non perdetevi d'animo, non c'è niente di irrimediabile per chi si lascia condurre dallo Spirito di Dio.

E affidate spesso i vostri figli alla protezione di Maria, non tralasciate una decina del rosario per ciascuno di loro: abbiate fiducia e non perdete la stima né di voi stessi né dei vostri figli. Educare è diventare collaboratori di Dio perché ciascuno realizzi la sua vocazione.



La collaborazione alla gioia dei figli

La gioia che desiderate per voi e per i vostri figli è un misterioso dono di Dio: giunge a noi come la luce amica delle stelle, come una musica lieta, come il sorriso di un volto desiderato. La collaborazione che i genitori possono offrire alla gioia dei figli è l'educazione cristiana. L'educazione non è un meccanismo che condiziona, ma l'accompagnamento di una giovane libertà perché, se vuole, giunga al suo compimento nell'amore. Educare è dunque un servizio umile, che può conoscere il fallimento; è però anche una impresa formidabile di cui un uomo e una donna possono gioire con inesprimibile intensità.

L'educazione cristiana è il paziente e tenace lavoro che prepara il terreno al dono della gioia di Dio. Infatti la luce delle stelle non si vede se il bagliore sfacciato delle luminarie nasconde la notte, la musica lieta non avvolge di consolazione quando il frastuono del rumore è assordante e non si ha tempo per un volto amico nella eccitazione di una folla in delirio. Per disporre alla gioia è dunque necessaria una purificazione che non va senza fatiche.

Voglio alludere almeno ad alcune delle purificazioni che mi sembrano particolarmente necessarie oggi.

La purificazione degli affetti significa introdurre alla gioia che è sconosciuta a chi immagina i rapporti tra l'uomo e la donna come una via per ridurre l'altro a strumento per la propria gratificazione e rassicurazione: allora gli affetti degenerano a passione, possessività, sensualità.

Lo spirito di servizio e la disponibilità al sacrificio introducono alla gioia che si rallegra di vedere gli altri contenti, le iniziative funzionare bene, le comunità ordinate e vivaci. È una gioia sconosciuta a chi impigrisce nell'inconcludenza. Come mi stringe il cuore considerare lo sperpero di tempo, di risorse giovani e affascinanti, di intelligenza e denaro che vedo compiersi da parte di tante compagnie dei nostri ragazzi! Come è urgente reagire all'inerzia e alla malavoglia per edificare una vita lieta!

La purificazione dalla paura del futuro è urgente per introdurre alla gioia della definitività. Una vita si compie quando si definisce in una dedizione: la scelta definitiva deve essere desiderata come la via della pace, come l'ingresso nell'età adulta e nelle sue responsabilità. Siano benedetti quei genitori che con la fedeltà del loro volersi bene insegnano che la definitività è una grazia e non un pericolo da temere, ne una limitazione della libertà da ritardare il più possibile. Pericolosa e fonte di inquietudine è invece la precarietà, la provvisorietà, lo smarrimento che lasciano un giovane parcheggiato nella vita, incerto sulla sua identità e spaventato del suo futuro.



Educare all'appartenenza alla Chiesa

Voi genitori sentite la responsabilità di provvedere alla felicità dei vostri figli: siete disposti a concedere molto, talora anche troppo, "purché lui sia contento". Questo diventa motivo di ansia, di sensi di colpa, di esasperazione quando non riuscite a ottenere dai figli che assumano, condividano le vostre indicazioni, quando risultano impraticabili le proposte che sembrano tanto ovvie ai preti, agli insegnanti, agli esperti che scrivono sui giornali.

A me sembra che sia più saggio considerare che i genitori non sono colpevoli di tutti gli errori e l'infelicità dei figli, di tutto lo squallore di certe giovinezze sciupate nell'inconcludenza o nella trasgressione.

È eccessivo che un papà e una mamma si sentano colpevoli di tutto: è più prudente e rasserenante condividere la responsabilità dentro una comunità.

Quando avete portato il vostro bambino in Chiesa per chiedere il battesimo avete dichiarato la vostra fede nel Padre che sta nei cieli e la vostra decisione che il figlio crescesse nella comunità cristiana.

Mi sembra che una conseguenza coerente della scelta di chiedere il battesimo per i propri figli sia un'opera educativa che si preoccupi di inserire in una comunità, di promuovere la partecipazione, di insinuare nei ragazzi e nei giovani un senso di appartenenza alla comunità cristiana in cui si educa alla fede, alla preghiera, alla domanda sul futuro. Una famiglia che si isola, che difende la propria tranquillità sottraendosi agli appuntamenti comunitari risulta alla fine più fragile e apre la porta a quel nomadismo dei giovani che vanno qua e là assaggiando molte esperienze, anche contraddittorie, senza nutrirsi di nessun cibo solido.

Inserirsi in una comunità può richiedere qualche fatica e non risparmia qualche umiliazione: penso alle famiglie che hanno cambiato casa e si sentono perdute nei quartieri nuovi, penso a quelle che hanno sofferto qualche incomprensione, penso a quelle appassionate dell'andare altrove per vedere gente, per praticare sport, per respirare un po' d'aria buona. Ecco: viene il tempo in cui scegliere le priorità. Il futuro dei vostri figli ha bisogno di scelte che dichiarino che cosa è più importante.

Ritenere irrinunciabile la partecipazione alla Messa domenicale introduce a una mentalità di fede che ritiene che senza il Signore non si può fare niente di buono.

Perciò la frequenza alla Messa domenicale nella vostra parrocchia, la partecipazione alle feste della comunità, l'assunzione di qualche responsabilità, la cura perché i figli frequentino l'oratorio, la catechesi, gli impegni e le iniziative dei giovani della parrocchia, sono un modo per favorire questo senso di appartenenza che dà stabilità e conduce a un progressivo farsi carico della comunità che può maturare anche in una vocazione al suo servizio.



Apprezzamento per la vita dei preti

Mi capita talora di raccogliere nei genitori una specie di paura, di apprensione al sospetto che un figlio possa orientarsi al ministero sacerdotale. Anche i genitori dei seminaristi mi fanno intuire la loro inquietudine, come se mi domandassero: "Ma che vita aspetta mio figlio, se diventa prete? Sarà felice? Sarà solo?".

Vorrei rispondere che la vita del prete, di oggi e di domani, come quella di ieri, è una vita cristiana: perciò chi vuol essere un bravo prete porterà la sua croce ogni giorno, come fate voi, in una dedizione che non sarà sempre gratificata da riconoscenza e da risultati, in un esercizio di responsabilità che incontrerà anche la critica e l'incomprensione, in un assedio di impegni e di pretese che sarà talora logorante.

Tuttavia non si considera abbastanza - mi sembra - ciò che rende bella la vita di un prete, bella e lieta in un modo unico.

Il prete infatti vive soprattutto di relazioni: dedica il suo tempo alle persone. Non si cura di cose, di carte, di soldi, se non secondariamente. Passa il suo tempo a incontrare gente: i bambini e gli anziani, i giovani e gli adulti, i malati e i sani, quelli che gli vogliono bene e lo aiutano e quellì che lo criticano, lo deridono, e pretendono. È una esperienza umana straordinaria. E incontra le persone non per trarne qualche vantaggio, ma per prendersi cura di loro, della loro vocazione alla gioia, del loro essere figli di Dio. Al prete le persone spesso aprono il loro cuore per una confidenza che non ha eguali nei rapporti umani e in questa confidenza viene seminata la Parola che dice la verità, che apre alla speranza eterna, che guarisce con il perdono.

Il prete vive una libertà straordinaria: ha consegnato se stesso alla Chiesa e perciò, se è coerente con la sua vocazione, non ha apprensioni per il suo futuro, non si attacca alle cose, non si assilla per arricchire. Il prete celebra per se e per la gente i misteri della salvezza: opera delle sue mani non sono prodotti precari, fortune esposte all'incerta sorte delle cose umane. Celebrando i santi misteri offre alla gente la grazia d'entrare nella vita eterna, la comunione con Gesù.

Mi sembra opportuno ricordare ciò che rende grande e bella la vita del prete, perché l'enfasi sulle fatiche, la sottolineatura delle difficoltà non oscuri questa forma splendida di vita cristiana.

Penso che un papà e una mamma possano comprendere, al di là dei luoghi comuni e delle reazioni emotive, quale grande grazia sia il dono del sacerdozio e possano perciò rallegrarsi se un loro figlio sente l'attrattiva per questa strada: vi assicuro che non gli mancherà la gioia, se sarà un bravo prete.

In ogni caso parlare male dei preti e indicarli come responsabili di tutto quanto non va nelle comunità cristiane non può certo aiutare a migliorare le cose e tanto meno incoraggiare un giovane a farsi avanti per assumere un ministero tanto necessario per la Chiesa e tanto bello per chi lo vive bene.



La preghiera per le vocazioni

La bellezza cristiana della vita di un bravo prete e la grazia straordinaria che rappresenta un prete santo per una comunità, devono suggerire a tutti di pregare perché nelle nostre comunità non manchino i preti. La preghiera per le vocazioni al ministero sacerdotale deve essere condivisa da tutta la comunità.

Invito anche voi a pregare in famiglia e a suggerire questa intenzione di preghiera anche ai vostri figli, in obbedienza alla parola del Signore "pregate il padrone della messe che mandi operai per la sua messe" (Luca 10,2).

Come ho scritto ai preti in occasione della festa di San Carlo, questa preghiera non è una specie di delega al Signore perché faccia quello che a noi non riesce: è piuttosto un abbandonarsi intelligente e libero alla guida dello Spirito che diventa disponibilità a compiere le opere di Dio.

Perciò la preghiera per le vocazioni dovrebbe essere più intensamente praticata da parte di coloro che si trovano nell'età e nelle condizioni della scelta del loro stato di vita. Vorrei che ogni adolescente o giovane comprendesse che la verità della preghiera per le vocazioni è raggiunta quando nel fondo risuona come la preghiera di Isaia: "Signore, se vuoi, manda me!" (cfr. Isaia 6,8).


Fonte: http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=124740

domenica 4 aprile 2010


BUONA PASQUA
FELIZ PASCUA
BUONA PASQUA
FELIZ PASCUA
BUONA PASQUA
FELIZ PASCUA

BUONA PASQUA
FELIZ PASCUA

BUONA PASQUA
FELIZ PASCUA
BUONA PASQUA
FELIZ PASCUA
BUONA PASQUA
FELIZ PASCUA

BUONA PASQUA
FELIZ PASCUA

martedì 30 marzo 2010

Ai laici vorrei dire: basta ateismo, restate in ricerca

Avvenire, 17 febbraio 2010
intervista a ENZO BIANCHI
di LORENZO FAZZINI

Una fede detta in modo più «antropologico», un ateismo non dogmatico ma aperto alla ricerca. Per Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose e apprezzato biblista, sono questi due i poli di un’auspicata stagione di confronto tra laici e credenti.

Cos’era e cosa dice oggi la figura del “cortile dei gentili?”

L’atrio per i gentili, i goim, era la parte più esterna del Tempio di Gerusalemme, suddiviso in tre zone precise: una per il popolo di Israele, una per i sacerdoti, e poi il cuore del tempio, il Santo dei santi in cui vi era la presenza di Dio. Attorno a queste tre aree vi era uno spazio con un colonnato delimitato da un muro. Qui potevano entrare i gentili, ovvero i pagani, come attestato da un’iscrizione rinvenuta su questa parete, una delle scoperte più preziose dell’archeologia biblica. È proprio di quel muro che Paolo parla nella sua lettera agli Efesini quando scrive di un “muro di divisione” tra il popolo eletto e le genti. Il cortile era una zona di silenzio dove si trovavano alcuni rabbini disponibili a parlare su Dio e dire qualche parola sulla Torah, la Legge, spiegando la specificità di Israele a quanti volevano saperne di più. È proprio questo il posto che Gesù ha trovato come un luogo di mercato, invaso dai cambiavalute che fornivano agli ebrei le monete adatte a versare il tributo al Tempio. Gesù allora rese di nuovo libero questo spazio e, come riporta il vangelo, riprese le parole di Dio nell’Antico Testamento: “la mia casa è casa di preghiera per tutte le genti”. Così dimostrava quanto egli fosse preoccupato che chi non aveva Dio potesse accedere a Lui e in qualche modo trovare una risposta alla propria ricerca. Per questo giustamente Benedetto XVI auspica che tra cristianesimo e gli atei, o i diversamente credenti, vi sia una possibilità di dialogo. L’atrio dei gentili è una cifra in cui è possibile ravvisare un possibile confronto in cui ci si ascolti a vicenda e dove chi non è cristiano possa dar corso al proprio indagare.
Oggi c’è questo spazio di dialogo?

Abbiamo avuto negli ultimi decenni alcuni esempi, come la Cattedra dei non credenti del cardinale Martini a Milano. Anche qui a Bose si fa in modo che non cristiani e atei possano essere ascoltati e confrontarsi sulla fede e il senso della vita con chi crede. Penso che ogni chiesa locale dovrebbe trovare nella varietà delle forme una possibilità simile. Molte iniziative vengono fatte da non cristiani che invitano i credenti. Mi sembra che noi cattolici non siamo più audaci e irrequieti nel cercare il dialogo. Spesso si vede tutto questo ai festival di diverse discipline nelle varie città, dove nel bene e nel male i più ascoltati sono i conferenzieri cristiani e cattolici chiamati a intervenire su determinati temi. Da parte nostra, da parte dei credenti intendo, si vede una certa timidezza e pigrizia.

Diversi interlocutori cattolici hanno rilevato come sia necessario una purificazione della fede. Cosa significa questo a livello culturale?

Credo che dobbiamo tener conto di quanto Benedetto XVI afferma, ovvero l’esigenza di purificare la ragione. Dobbiamo avere la pazienza e l’audacia di mettere la fede al vaglio della ragione e saper rispondere a chi chiede le ragioni del nostro credere. Non in nome di un razionalismo stretto ma per il fatto che il logos, riflesso del Logos divino, accomuna gli esseri umani. Questo è il primo sforzo da fare, ma anche quello che ci crea difficoltà: dobbiamo parlare un linguaggio antropologico, non teologico e dogmatico, per far capire a tutti che quello cristiano è un cammino di umanizzazione. Per far comprendere che tra fede e antropologia non c’è antagonismo, bensì che il cristianesimo è a servizio dell’essere umano. Noi credenti dobbiamo farci capire con un linguaggio antropologico capace di evidenziare il servizio reso all’uomo.
Molti laici sottolineano la loro distanza dai laicisti o “nuovi atei”. Ma questi ultimi hanno notevole risonanza mediatica. Che fare allora?

Credo che non ci si debba spaventare del loro successo, che rappresenta il fatto di un momento. Al di là del loro vezzo anticristiano, essi non hanno argomenti che possono durare. Credo che ci siano tanti non cristiani che desiderano un vero dialogo con i credenti. Queste persone sono disposte a fare un dialogo intorno a Gesù, una figura che per loro resta intrigante. L’umanità di Cristo li tocca. Quei laici che anche da Dio si tengono lontano e Lo sentono una parola pericolosa, quando si parla di Cristo dimostrano interesse. Mi riferisco al vangelo di Giovanni quando vennero i gentili che dissero agli apostoli: vogliamo vedere Gesù. Io prenderei sul serio questo interesse dei laici, Gesù li intriga, non è ostacolo per loro: forse lo è la Chiesa, forse anche Dio. Noi dobbiamo tenerne conto e valorizzare il dato che il nostro Dio ci è stato rivelato dall’uomo Gesù, figlio di Dio.: .

C’è però molta ignoranza, anche mediaticamente diffusa, sulla figura di Cristo …

Sono cosciente che ci sono bestseller in cui tutta la figura di Gesù è svuotata storicamente. Dobbiamo opporre a queste teorie, che sono accattivanti, la possibilità di un’umanità di Gesù che risulti intrigante. Su questo mi sembra che manchiamo noi. Ci sono avventurieri che riescono a dire qualcosa di pruriginoso su Gesù e a svenderlo per ricavarne qualche vantaggio.
Lei ha messo spesso in guardia il mondo cattolico dalla tentazione del clericalismo. E chiede maggior profezia alla Chiesa nella società. E cosa vorrebbe chiedere ai non credenti?

Che la loro condizione di ateismo non sia un dato assoluto ma una condizione di ricerca. Se tra i cristiani il teismo è un atteggiamento religioso sbagliato, per gli atei altrettanto sarebbe il dogma di affermare che Dio non esiste. Chiederei loro di restare in una laica ricerca di apertura. E aggiungerei: sconfiggiamo insieme il dogmatismo. Altrimenti ne nasce un dualismo che ha la sua ragione d’essere nell’offrire solo le proprie posizioni, senza che ci sia un confronto vero. Su questo la situazione in Italia è diversificata: vi sono alcuni laici che, inseriti in questo atteggiamento di ricerca, non vogliono stare immobili in dogmatismi sul non credere e si mettono in cammino. C’è poi un’altra parte in cui l’anticlericalismo è tale che scivola in un ateismo degradato e che rifiuta tutto quello che concerne la fede. Questi dimenticano che la fede è anzitutto un atto umano. Il primo passo del credere è davvero umano, e per questo dovremmo considerarlo come un atto che veramente ci unisce. L’amore tra un uomo e una donna, l’amicizia, la stessa politica come possibilità di costruire la polis, sono tutti atti di fede, di fiducia nel fatto che esiste e può esistere un legame, una storia, una politica. L’atto di fede non esclude che si creda nell’uomo.

Alcuni interlocutori in questi colloqui segnalavano – in particolare la teologa Cettina Militello - l’indifferenza religiosa ormai dilagante. Cosa fare di fronte a questa situazione di post-ateismo?

È vero, c’è una grande anestetizzazione nella società perché viviamo nell’individualismo sfrenato e nella dittatura delle emozioni per cui l’uomo è impegnato solo in quel divertissement di cui parlava Pascal. Al di là di tutto penso, però, che gli esseri umani siano in ricerca dell’amore, e l’amore vero. E Gesù ci ha narrato che Dio è amore. Bisogna allora trovare il modo per annunciare che Gesù non è una figura mitica come tante o il fondatore di una religione tra le altre, bensì colui che ha svelato l’uomo all’uomo: potremmo dire l’uomo per eccellenza. La sua vita è stata un’opera d’arte. Se presentato così, anche agli indifferenti Gesù non resta indifferente.

intervista a ENZO BIANCHI
di LORENZO FAZZINI

venerdì 19 marzo 2010



San Giuseppe
Sposo della Beata Vergine Maria
19 marzo


Questa celebrazione ha profonde radici bibliche; Giuseppe è l'ultimo patriarca che riceve le comunicazioni del Signore attraverso l'umile via dei sogni. Come l'antico Giuseppe, è l'uomo giusto e fedele (Mt 1,19) che Dio ha posto a custode della sua casa. Egli collega Gesù, re messianico, alla discendenza di Davide. Sposo di Maria e padre putativo, guida la Sacra Famiglia nella fuga e nel ritorno dall'Egitto, rifacendo il cammino dell'Esodo. Pio IX lo ha dichiarato patrono della Chiesa universale e Giovanni XXIII ha inserito il suo nome nel Canone romano. (Mess. Rom.)



Patronato: Padri, Carpentieri, Lavoratori, Moribondi, Economi, Procuratori Legali


Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall'ebraico


Emblema: Giglio



Martirologio Romano: Solennità di san Giuseppe, sposo della beata Vergine Maria: uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, fece da padre al Figlio di Dio Gesù Cristo, che volle essere chiamato figlio di Giuseppe ed essergli sottomesso come un figlio al padre. La Chiesa con speciale onore lo venera come patrono, posto dal Signore a custodia della sua famiglia.





Sotto la sua protezione si sono posti Ordini e Congregazioni religiose, associazioni e pie unioni, sacerdoti e laici, dotti e ignoranti. Forse non tutti sanno che Papa Giovanni XXIII, di recente fatto Beato, nel salire al soglio pontificio aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta era la devozione che lo legava al santo falegname di Nazareth. Nessun pontefice aveva mai scelto questo nome, che in verità non appartiene alla tradizione della Chiesa, ma il “papa buono” si sarebbe fatto chiamare volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo. Grande, eppure ancor oggi piuttosto sconosciuto. Il nascondimento, nel corso della sua intera vita come dopo la sua morte, sembra quasi essere la “cifra”, il segno distintivo di san Giuseppe. Come giustamente ha osservato Vittorio Messori, “lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nella storia della salvezza”. Il Nuovo Testamento non attribuisce a san Giuseppe neppure una parola. Quando comincia la vita pubblica di Gesù, egli è probabilmente già scomparso (alle nozze di Cana, infatti, non è menzionato), ma noi non sappiamo né dove nè quando sia morto; non conosciamo la sua tomba, mentre ci è nota quella di Abramo che è più vecchia di secoli. Il Vangelo gli conferisce l’appellativo di Giusto. Nel linguaggio biblico è detto “giusto” chi ama lo spirito e la lettera della Legge, come espressione della volontà di Dio. Giuseppe discende dalla casa di David, di lui sappiamo che era un artigiano che lavorava il legno. Non era affatto vecchio, come la tradizione agiografica e certa iconografia ce lo presentano, secondo il cliché del “buon vecchio Giuseppe” che prese in sposa la Vergine di Nazareth per fare da padre putativo al Figlio di Dio. Al contrario, egli era un uomo nel fiore degli anni, dal cuore generoso e ricco di fede, indubbiamente innamorato di Maria. Con lei si fidanzò secondo gli usi e i costumi del suo tempo. Il fidanzamento per gli ebrei equivaleva al matrimonio, durava un anno e non dava luogo a coabitazione né a vita coniugale tra i due; alla fine si teneva la festa durante la quale s’introduceva la fidanzata in casa del fidanzato ed iniziava così la vita coniugale. Se nel frattempo veniva concepito un figlio, lo sposo copriva del suo nome il neonato; se la sposa era ritenuta colpevole di infedeltà poteva essere denunciata al tribunale locale. La procedura da rispettare era a dir poco infamante: la morte all’adultera era comminata mediante la lapidazione. Ora appunto nel Vangelo di Matteo leggiamo che “Maria, essendo promessa sposa a Giuseppe, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo, prima di essere venuti ad abitare insieme. Giuseppe, suo sposo, che era un uomo giusto e non voleva esporla all’infamia, pensò di rimandarla in segreto”(Mt 18-19). Mentre era ancora incerto sul da farsi, ecco l’Angelo del Signore a rassicurarlo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20-21). Giuseppe può accettare o no il progetto di Dio. In ogni vocazione che si rispetti, al mistero della chiamata fa sempre da contrappunto l’esercizio della libertà, giacché il Signore non violenta mai l’intimità delle sue creature né mai interferisce sul loro libero arbitrio. Giuseppe allora può accettare o no. Per amore di Maria accetta, nelle Scritture leggiamo che “fece come l’Angelo del Signore gli aveva ordinato, e prese sua moglie con sé”(Mt 1, 24). Egli ubbidì prontamente all’Angelo e in questo modo disse il suo sì all’opera della Redenzione. Perciò quando noi guardiamo al sì di Maria dobbiamo anche pensare al sì di Giuseppe al progetto di Dio. Forzando ogni prudenza terrena, e andando al di là delle convenzioni sociali e dei costumi del suo tempo, egli seppe far vincere l’amore, mostrandosi accogliente verso il mistero dell’Incarnazione del Verbo. Nella schiera dei suoi fedeli il primo in ordine di tempo oltre che di grandezza è lui: san Giuseppe è senz’ombra di dubbio il primo devoto di Maria. Una volta conosciuta la sua missione, si consacrò a lei con tutte le sue forze. Fu sposo, custode, discepolo, guida e sostegno: tutto di Maria. (…) Quello di Maria e Giuseppe fu un vero matrimonio? E’ la domanda che affiora più frequentemente sulle labbra sia di dotti che di semplici fedeli. Sappiamo che la loro fu una convivenza matrimoniale vissuta nella verginità (cfr. Mt 1, 18-25), ossia un matrimonio verginale, ma un matrimonio comunque vissuto nella comunione più piena e più vera: “una comunione di vita al di là dell’eros, una sponsalità implicante un amore profondo ma non orientato al sesso e alla generazione” (S. De Fiores). Se Maria vive di fede, Giuseppe non le è da meno. Se Maria è modello di umiltà, in questa umiltà si specchia anche quella del suo sposo. Maria amava il silenzio, Giuseppe anche: tra loro due esisteva, né poteva essere diversamente, una comunione sponsale che era vera comunione dei cuori, cementata da profonde affinità spirituali. “La coppia di Maria e Giuseppe costituisce il vertice – ha detto Giovanni Paolo II –, dal quale la santità si espande su tutta la terra” (Redemptoris Custos, n. 7). La coniugalità di Maria e Giuseppe, in cui è adombrata la prima “chiesa domestica” della storia, anticipa per così dire la condizione finale del Regno (cfr. Lc 20, 34-36 ; Mt 22, 30), divenendo in questo modo, già sulla terra, prefigurazione del Paradiso, dove Dio sarà tutto in tutti, e dove solo l’eterno esisterà, solo la dimensione verticale dell’esistenza, mentre l’umano sarà trasfigurato e assorbito nel divino. “Qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada”, sosteneva S. Teresa d’Avila. “Io presi per mio avvocato e patrono il glorioso s. Giuseppe e mi raccomandai a lui con fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi, in cui era in gioco il mio onore e la salute dell’anima. Ho visto che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare...”( cfr. cap. VI dell’Autobiografia). Difficile dubitarne, se pensiamo che fra tutti i santi l’umile falegname di Nazareth è quello più vicino a Gesù e Maria: lo fu sulla terra, a maggior ragione lo è in cielo. Perché di Gesù è stato il padre, sia pure adottivo, di Maria è stato lo sposo. Sono davvero senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a san Giuseppe. Patrono universale della Chiesa per volere di Papa Pio IX, è conosciuto anche come patrono dei lavoratori nonché dei moribondi e delle anime purganti, ma il suo patrocinio si estende a tutte le necessità, sovviene a tutte le richieste. Giovanni Paolo II ha confessato di pregarlo ogni giorno. Additandolo alla devozione del popolo cristiano, in suo onore nel 1989 scrisse l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos, aggiungendo il proprio nome a una lunga lista di devoti suoi predecessori: il beato Pio IX, S. Pio X, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI.

Autore: Maria Di Lorenzo

giovedì 18 marzo 2010



49°
buon anniversario sacerdotale Padre Giovanni
ora si che manca uno solo ai 50 anni










70 años de la llegada de los Scalabrinianos a la Argentina

Padres scalabrinianos

Durante este mes de marzo los Misioneros Scalabrinianos celebran los 70 años de su llegada a la Argentina. La primera expedición, enviada por el mismo Fundador, el beato Juan Bautista Scalabrini, se remonta al año 1890 pero fue de corta duración. La segunda se gestó por el año 1939, en plena II guerra mundial.

Como desde Italia no podían salir misioneros, el Superior General de la Congregación de los Misioneros de San Carlos (Scalabrinianos) y el cardenal Raffaello C. Rossi, de la Congregación vaticana para los Obispos, decidieron recurrir a los Scalabrinianos residentes en el Brasil para realizar la apertura de la misión en la Argentina.

Los encomendados fueron los padres Orestes Tondelli y Lino Ceccato, y el hermano Eugenio Fagher, que partieron a la Argentina en 1940.

El hermano Fagher, en 1990, escribía para un diario: “El padre Orestes Tondelli y yo zarpamos del puerto de Santos el 2 de marzo de 1940 en la motonave “Conte Grande” y llegamos el 5 a Buenos Aires. Tomamos un tren a La Plata, donde el arzobispo, monseñor Juan Chimento, preavisado por una carta del Superior Provincial llegada desde Brasil, nos recibió amablemente aunque dijo que esperaba tres sacerdotes, mientras ahí se encontró solamente ¡con uno y medio! (…) Llegamos a Pergamino el 8 de marzo y continuamos nuestro viaje en un “mateo” hacia la parroquia San Roque, en una pobre zona periférica del barrio Acevedo. A su alrededor vivían inmigrantes del sur de Italia y también del Líbano. (…) Nosotros tomamos oficialmente posición el 15 de marzo, y después de dos meses llegó el padre Lino Ceccato…”.

Hasta fin de 1946, Pergamino fue la única base scalabriniana en la Argentina. Desde allí se comenzó a gestar un proyecto pastoral que poco a poco cubrió los puntos más estratégicos para la adecuada atención en un principio de la inmigración italiana y paulatinamente a todas las otras migraciones. Desde la Argentina comenzó también la irradiación apostólica hacia Uruguay, Chile y Bolivia.

Actualmente la Congregación de los Misioneros de San Carlos (ese es su nombre oficial), fiel a su carisma para el servicio a los migrantes, cuenta en la Argentina con 21 sacerdotes de diferentes nacionalidades, destinados a las siguientes misiones: Buenos Aires (barrio de La Boca); Gregorio de Laferrere, González Catán, Merlo y Bahía Blanca (en la provincia de Buenos Aires); Rosario (Santa Fe), Córdoba, Mendoza y Jujuy, lugares todos donde los misioneros scalabrinianos realizan su trabajo en Delegaciones Diocesanas y Arquidicesanas de Migraciones, Comisión Católica Argentina de Migraciones, Centro de Estudios Migratorios, Apostolado del Mar, parroquias y colegios.+

domenica 28 febbraio 2010

VI Congresso Mondiale Pastorale Migranti e Rifugiati

Documento finale

Il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti presenta distinti saluti e si pregia inviare il testo del Documento Finale del VI Congresso Mondiale della Pastorale per i Migranti e i Rifugiati, che ebbe come tema: "Una risposta pastorale al fenomeno migratorio nell'era della globalizzazione. A cinque anni dall'Istruzione Erga migrantes caritas Christi". Il Congresso si svolse in Vaticano dal 9 al 12 novembre 2009.

Allegato in 4 lingue: Italiano, Inglese, Francese e Spagnolo.

http://www.chiesacattolica.it/pls/cci_new_v3/v3_s2ew_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=10534

notizie dalla comunità Scalabriniana in Cile

"Hola Despues del susto estamos bien

Esta madrugada 3.35, fuimos sacudidos por un violento terremoto de 8.3 grados en Santiago (dicen) y a 700 km al sur epicentro más fuerte y con más daños todavia. Duro cerca de 2 min.
Estamos todos bien, Ildo también y hay unos pocos daños materiales en la casa y en la parroquia.
Ahora estamos viendo la forma de ayudar las víctimas y dentro de las cuales muchos migrantes peruanos, que vivian en casonas antiguas del centro viejo de Santiago. Son más daños en las construcciones que deben ser abandonadas que victimas en lesiones y vidas.
Gracias por las preocupaciones.
Saludos a todos
P. Beto"

giovedì 25 febbraio 2010

giornata mondiale della vita consacrata

Liturgia Presentazione al Tempio del Signore Gesù
02 febbraio 2010
Liturgia, Letture: (Malachia 3,1-4; Ebrei 2,14-18; Luca 2,22-40).
Celebrazione con inizio della Liturgia della Luce

Mons. Luciano Monari,Vescovo di Brescia

La Chiesa ha bisogno della vita consacrata. Ne ha bisogno anzitutto per custodire la coscienza viva della sua identità; essa, infatti, trae origine dalla consacrazione di Cristo a nostro favore e si esprime come consacrazione a Cristo senza riserve. Ma ne ha bisogno anche per impostare correttamente il suo rapporto col mondo. La Chiesa, infatti, vive necessariamente nel mondo, anzi per il mondo; ma può svolgere la sua missione a favore degli uomini solo se custodisce, nei confronti del mondo, una autentica libertà; e questa libertà è l’effetto della sua consacrazione a Cristo. Lo dice san Paolo in un testo magnifico della prima lettera ai Corinzi: «Nessuno ponga la sua gloria negli uomini perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro, tutto è vostro ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.» (1 Cor 3,21). Proprio così: il cristiano possiede una straordinaria libertà nei confronti di tutti e di tutto, ma questa libertà dipende dalla sua appartenenza totale a Cristo e, in Cristo, a Dio; dipende quindi dalla consacrazione a Cristo, proprio ciò di cui è testimonianza la vita consacrata in tutte le sue forme......

http://www.cistercensi.info/monari/index.htm

giovedì 11 febbraio 2010

LA FEDE IN INTERNET

Se il digitale un giorno non farà più notizia

di Giorgio Banaudi
internauta



Un tempo si andava negli States e, per stupire, si tornava con gadget ultratecnologici che sarebbero approdati da noi dopo anni. Oggi ti colleghi a internet, effettui un acquisto on line e l’oggetto di culto ti arriva per posta in una settimana.

Un tempo si raccontava che nelle metropolitane di Tokyo gli addetti delle stazioni insaccavano senza scrupoli i viaggiatori nelle carrozze; una volta pigiati dentro, tutti a sbandierare quotidiani, libri e riviste: un popolo di lettori, i giapponesi. E rispettosi delle tradizioni. Ma adesso di libri e giornali se ne vedono pochi: tutti impegnati a guardare lo schermo dei cellulari sui quali scorrono i fumetti, i racconti, i manga, i messaggi. E in tempo di Natale, per la prima volta nella sua storia, il sito Amazon.com ha venduto più e-book che libri di carta. Il sorpasso ha sdoganato i lettori di queste nuove creature digitali. Tavolette elettroniche che superano facilmente i 200 euro ma che iniziano a funzionare bene. La Rete si è infiltrata ormai quasi ovunque, cambia il nostro rapporto con la realtà. E non finisce di stupire con la messe di prodotti innovativi, fisici e virtuali, che ci regala.

Ma non per tutti è facile. Il cosiddetto digital divide, la differenza di accesso, è ancora grande, soprattutto tra gli anziani. Per questo sono nate iniziative per insegnare, motivare e spingere questa numerosa schiera a un utilizzo più consapevole; l’associazione Eldy (www.eldy.org) propone un software semplificato come trampolino di lancio. Elogiato persino dalla Bbc. E poi ci sono i progetti di educazione per i bambini più svantaggiati (ole.org), la realizzazione di pc a basso costo per i Paesi in via di sviluppo (www.laptop.org), la diffusione libera di testi e informazioni di qualità (come la moderna guida delle giovani marmotte digitali che trovate su: www.fumelli.it/book.pdf).

Si avverte il costante crescere del peso e del ruolo di questi strumenti ma, come tutte le tecnologie utili, prima o poi anche la Rete "scomparirà", assorbita nel quotidiano e smetterà di far notizia (c’è ancora qualcuno che tesse le lodi alla corrente elettrica, alle autostrade? Si usano e basta). Siamo all’adolescenza digitale. Cresce, nel frattempo, la consapevolezza che tocca alle persone gestire questa enfasi, che saper scegliere e valutare non è mai un compito facile o automatico, che un cinguettio di twitter.com o un sms difficilmente possono competere con l’approfondimento di un esperto. La discussione è accesa: dagli editoriali di Riotta (sul sole24ore.com) alle pubblicazioni dei veterani di internet, come Lanier, che vedono il rischio di una eccessiva volgarizzazione dei contenuti diffusi e la possibilità di condizionamenti culturali e travisamenti occulti. Il difficile è sempre quello: trovare la perla nel campo.

da Jesus

Haiti: le vittime religiose del terremoto

47 Religiosi vittime del terremoto. Distrutte case di varie congregazioni.

Sono 47 i religiosi tra le vittime ¬ oltre 200.000, secondo le ultime stime ¬ del terremoto che il 12 gennaio ha devastato Port-au-Prince, capitale di Haiti. L'agenzia Fides, ha reso pubblico il rapporto più recente inviato dalla Conferenza haitiana dei religiosi, anche se per quanto riguarda la situazione di vari gruppi missionari i dati sono ancora incompleti. Le case di molte Congregazioni religiose sono state distrutte dal terremoto e ci sono state perdite significative tra i religiosi e le persone che ruotavano attorno a loro.
Le Figlie di Maria hanno perso 13 religiose, incluse la superiora provinciale, e tre impiegati. La loro casa e le scuole sono ridotte in macerie. Le Figlie di Maria Regina Immacolatahanno segnalato una situazione simile dei loro edifici e hanno informato della morte di due suore e otto alunne. Due religiosi dei Fratelli dell'Istruzione cristiana sono morti, e tre loro scuole sono state distrutte insieme alla casa provinciale. I missionari di Monfort hanno contato 11 vittime e hanno dichiarato che una casa, una scuola e alcune chiese sono state distrutte. Hanno perso la vita anche sei religiose di questa famiglia spirituale, della Congregazione delle Figlie della Sapienza. E' morta anche un'impiegata, e la Congregazione ha perso le sue case e la scuola. Quattro Piccole Sorelle di Santa Teresa sono morte nel terremoto, insieme a sette professori e a 60 studenti. Cinque loro case e due scuole sono state distrutte. Due Piccoli Fratelli di Santa Teresa sono morti e cinque loro case sono andate perdute. I Salesiani hanno riportato tre vittime, una scuola e una casa distrutte. I Padri della Santa Croce hanno segnalato un morto e una casa devastata. La Congregazione dello Spirito Santo (Padri spiritani) ha perso un membro, la casa e la scuola. Le Suore di Sant'Anna hanno perso una religiosa, la casa e la scuola. Nel sisma è morta anche suor Brigitte Pierre delle Figlie della Carità di San Vincenzo de' Paoli, mentre la casa della Congregazione è rimasta gravemente danneggiata. Altre comunità hanno visto la propria casa
distrutta dal terremoto: i Chierici di San Viatore; i Frati Minori; i Fratelli del Sacro Cuore; i Missionari Oblati di Maria Immacolata; le Suore della Carità di St. Louis; le Suore Domenicane della Presentazione; le Religiose di Gesù e Maria; la Società del Sacro Cuore; i Marianisti; i Missionari di Scheut; i Missionari del Cuore Immacolato di Maria. Hanno perso le proprie scuole anche le suore Salesiane di Don Bosco; i Fratelli del Sacro Cuore; le Suore di San Francesco d'Assisi; le Suore di San Giuseppe di Cluny; le Missionarie dell'Immacolata Concezione e le Suore della Carità di St. Hyacinthe. Le suore di Christ Marie Alphonse hanno perso un orfanotrofio e una scuola. Secondo dati del 2004, l'arcidiocesi di Port-au-Prince aveva 2,5 milioni di cattolici, il 74% della popolazione. La capitale di Haiti era assistita allora da 277 sacerdoti,
387 religiosi e 1.200 religiose.

Scritto da Agenzia Fides

lunedì 8 febbraio 2010

Giorno del Ricordo a Montevideo‏

Domenica 7 c.m. a Montevideo nella Missione Cattolica Italiana, é stata commemorato il Giorno del Ricordo durante la Santa Messa concelebrata con i PP.Scalabriniani dal Nunzio Apostolico in Uruguay Mons. Anselmo Guido Pecorari , dedicata alla memoria degli esuli istriani, fiumani e dalmati deceduti lontano dalla loro terra natale, con la presenza di numerosi Soci del Circolo Giuliano dell'Uruguay.-

E' stato letto il messaggio del Presidente dell'Associazione Giuliani nel Mondo e consegnato ai Presidenti del Comitato Dante Alighieri e della Scuola Italiana
di Montevideo il "Catalogo della Mostra Fotografica sul Giorno del Ricordo" con il Profilo Storico della Venezia Giulia e Dalmazia, pubblicato dall' A.N.V.G.D..-

Durante l'Omelia Monsignor Pecorari ha detto:
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Cari Padre Salvatore, parroco di questa parrocchia, cari Padri Scalabriniani, cari fedeli qui presenti, cari emigranti della Comunitá Giuliana di Fiume, dell'Istria e della Dalmazia: é per me una allegria ed un onore celebrare con voi questa Eucarestia. E costituisce pure un grande privilegio condividere con tutti voi il Giorno del Ricordo -- senza dubbio triste e nostalgico, ma anche carico di speranza -- delle regioni, allora italiane, dove la Comunitá Giuliana, ora residente in Uruguay, ha avuto le sue origini.-

Voi vivete oggi il ricordo delle terre che avete dovuto abbandonare dopo i tragici avvenimenti della 2ª guerra mondiale. Nello stesso tempo voi conservate la memoria delle vostre secolari tradizioni culturali e religiose, delle vostre case, delle vostre chiese, delle vostre cittá, dei vostri cimiteri abbandonati... Quelle terre in cui risiedono le vostre origini, nelle quali voi avete lasciato, non solo la memoria, ma anche il cuore.-

Io ho vissuto durante due anni in quelle regioni da cui provenite ed ho visto le case, le chiese, i luoghi culturali da voi abbandonati ed ora abitati da altre genti.-
Comprendo perció lo sradicamento ed il significato di aver dovuto lasciare il luogo natío tanto amato, ed il dolore del vostro esilio.-

Voi avete voluto vivere il Giorno del Ricordo con una celebrazione Eucaristica nella quale ricordiamo Gesú Cristo, che ha lasciato la Casa del Suo Padre per venire ad abitare con noi. Ascoltiamo dunque la Sua Parola, che puó indicarci il cammino da percorrere nella nostra propria vita .
(omissis)
Questo Vangelo di cui vogliamo essere apostoli, lo abbiamo ricevuto da Dio attraverso le nostre famiglie di origine e dalla tradizione dei nostri padri, negli ambienti dov'é stata originata la nostra vita, dato che i luoghi in cui siamo nati non sono soltanto quelli della nostra memoria e delle nostre tradizioni culturali, ma anche quelli delle nostre tradizioni religiose.-

Carissimi amici della Comunitá Giuliana, di Fiume, dell'Istria e della Dalmazia, la vostra fede e la vostra cultura sono state durante secoli una unica realtá: sono il tesoro che vi é giunto dopo tante generazioni. E questo tesoro é stato una delle piú belle ricchezze delle vostre terre d'origine.- Voi ricordate oggi le vostre radici, i luoghi che vi hanno visto nascere, le terre che furono vostre e dei vostri padri.
Nello stesso tempo voi ricordate e tentate vivere la fede ricevuta dai vostri antenati.-

Voi siete partiti per l'esilio verso altre nazioni del mondo ed avete portato seco, come un prezioso tesoro, la cultura e la fede tipica della regione da cui provenite.
Questo tesoro di cultura e di fede, che voi avete conservato anche nelle nuove nazioni che vi hanno accolto, vi mantiene indissolubilmente uniti, anche nell'esilio, alle vostre radici. Grazie a queste radici di cultura e di fede che voi avete conservato, é rimasto e rimane non solo il ricordo, ma anche un vincolo indistruttibile con le terre Giuliane, di Fiume, dell'Istria e della Dalmazia.-

Oggi altre persone vivono in quelle terre che furono vostre. Molte di loro praticano la fede cattolica.
Vi invito perció, malgrado sia ancora vivo il dolore del sradicamento, a sentire quelli che vivono nelle terre giá vostre,
come fratelli di fede que appartengono ad una unica famiglia, che é la Chiesa Cattolica.
Nell'interno della Chiesa Cattolica, e riferendoci ai luoghi in cui avete vissuto, ora abitati da altri, dobbiamo sentirci fratelli.-

Voi ora non potete pregare nella chiesa che é stata dei vostri padri, neanche potete portare un fiore sulla tomba dei vostri morti.
Eppure in quelle chiese si continua a pregare, in altra lingua, lo stesso Dio che é il Padre Nostro, che é il Padre di voi che vivete nell'esilio
e che é il Padre di quelli che ora abitano nella regione dalla quale voi siete partiti.-

In quella regione, durante secoli, é stata molto venerata la Vergine Maria, particolarmente quella denominata "Madonna di Tersatto".
In quelle terre si ricorda la Casa della Santissima Vergine Maria che si trova attualmente a Loreto.
La stessa Vergine Maria che é stata venerata dai vostri padri, vi aiuti e interceda per voi affinché, anche nell'esilio, possiate continuare mantenere viva la vostra cultura e la vostra fede, e possiate trasmetterle alle nuove generazioni affinché non s'interrompa, pur abitando in altre nazioni, il legame con il vostro territorio d'origine,.

La Santissima Vergine di Tersatto vi aiuti a sentirsi, nel seno della Chiesa Cattolica, fratelli e figli dello stesso Padre comune:
vi aiuti anche a perdonare e saper guardare verso il futuro con speranza.-

Missione: in prima persona

"Quello che vi dirò è frutto di esperienza personale. Prima che dai libri, l'ho imparato dalla vista di tante piaghe sociali. Fui parroco in un sobborgo della mia Como. Contavo fra i miei parrocchiani alcune migliaia di operai in seta, tessitori, filatori, tintori.
In quegli anni potei vedere pur davvicino la misera condizione degli operai. Come si ripercuoteva in loro ogni crisi politica o finanziaria, anche lontana! Oh, le tristi giornate, quand'io, visitando gli infermi, non sentivo, salendo per quelle povere scale, il suono secco e quasi ritmico del telaio! Tristi perché colla miseria entrava spesso il disordine e il disonore nelle famiglie.
E vedendo tutte quelle miserie, mi pareva che il male non stesse tanto nella volontà degli uomini singoli, quanto nel modo con cui il lavoro era organizzato".
G.B. Scalabrini, Il socialismo e l'azione del clero, 1899

Haiti: La campagna di solidarietà continua

Caro confratello religioso e seminarista
Cari laici e giovani scalabriniani

A nome della Congregazione, insieme con il Consiglio Generale, voglio esprimere il mio "GRAZIE!" a tutti voi - religiosi/e, laici, giovani e migranti - che nel "silenzio della carità" avete già collaborato alla Campagna di Solidarietà con Haiti promossa dalla Direzione generale. Ho apprezzato particolarmente il coinvolgimento dei nostri missionari di origine haitiana, sparsi per il mondo, i quali hanno diffuso via internet gli appelli alla preghiera, alla solidarietà e si sono adoperati per mobilitare le comunità dei migranti in cui svolgono il loro servizio pastorale. A voi, carissimi confratelli, tutta la nostra Congregazione è vicina, con un pensiero particolare alle vostre famiglie e parrocchie di origine!

La solidarietà è stata grande! In seguito alla lettera inviata dall'Economo generale il giorno 14 gennaio u.s. sono arrivati finora 60.000,00 dollari USA, dalle più diverse nazioni e provenienze. Ne abbiamo già spediti la metà per il servizio solidale che i confratelli - religiosi e seminaristi - e i volontari svolgono in nome di Scalabrini. Essi accudiscono la "folla" dei sopravvissuti di questa grande catastrofe naturale, feriti fisicamente e psicologicamente. Sono con noi in questo aiuto le nostre vicine di casa, le Suore Domenicane della Presentazione.

Ricordo che in questo momento abbiamo ad Haiti 10 seminaristi e 6 missionari, dei quali voglio elencare i nomi, affinché li ricordiamo nell'Eucaristia di domenica prossima: P. Jean-Robert Royal, P. Giuseppe Durante, P. Sergio Morotti, P. Richard Gérard e due religiosi studenti di teologia: Adler e Jean. Grazie! Voi siete le mani, i piedi e il cuore di tutti gli scalabriniani, che attraverso di voi si prendono cura dei poveri ad Haiti!
Ricordo, per chi ancora non ne fosse a conoscenza, che abbiamo un seminario propedeutico e un seminario filosofico, un centro di formazione per giovani, un centro di spiritualità, un ambulatorio medico di servizio gratuito, una scuola per 450 studenti, una fattoria agricola e una serie di strutture al servizio della Conferenza Episcopale Haitiana e della missione di pace dell'ONU - infermieri, medici e militari.

Vi comunico alcune informazioni ricevute, purtroppo frammentarie, perché rimane ancora molto difficile il contato diretto con la nostra comunità.
Quattro giorni dopo il terremoto, quattro volontari, fra cui la sorella e il cognato del nostro missionario P. Giuseppe Durante sono arrivati al Centro Pastorale e Seminario San Carlo, a Croix-de-Bouquets. Il viaggio era stato già fissato in precedenza, nel quadro dei rapporti di collaborazione con la missione, come avviene da alcuni anni. Ora, dopo quanto è successo, due di loro hanno deciso di rimanere fino al 13 febbraio e gli altri due fino a Pasqua.
I volontari hanno già proceduto alla riparazione dell'impianto delle tubature dell'acqua che erano state danneggiate, al montaggio dei generatori di energia e ad altri lavori di adattamento delle strutture per l'emergenza umanitaria.

Tutti si danno da fare per accogliere i feriti che accorrono numerosi alla nostra missione. Nel campo di calcio è stato allestito un ospedale da campo mobile. Inoltre tutti gli edifici del nostro Seminario servono da riparo ai molti feriti. L'ambulatorio medico che praticava servizi gratuiti è diventato un "vero" ospedale in quella regione, a 10 km dalla capitale Port-au-Prince ed è stracolmo di feriti! Attualmente nella nostra missione lavorano 50 volontari, guidati da 15 medici volontari arrivati dall'Italia, Santo Domingo e USA. Il rimanente spazio circostante è occupato da baracche.
La campagna continua in tanti modi. So che anche le Province si sono mobilitate per aiutare. Tutti siamo necessari in questo momento. Sabato prossimo partiranno per Santo Domingo 45 quintali di viveri raccolti dal signor Florio, fratello di P. Giuseppe, e da amici, per aiutare nel mantenimento di tutti i volontari, ma soprattutto, per coloro che dipendono attualmente dalla Congregazione per le cure e la sopravvivenza.
La Protezione civile italiana (nucleo della Lombardia) è accampata sul terreno circostante al nostro Seminario San Carlo.
Ho saputo che il Consiglio Mondiale delle Chiese sta chiedendo il condono immediato e totale del debito estero di Haiti. Voglio vedere le nostre ONG e Centri Studi coinvolti in queste ed altre campagne, affinché la ricostruzione del paese possa avvenire senza impedimenti "illegittimi" da parte dei paesi ricchi!

Domenica prossima saremo tutti uniti attorno alla stessa Eucaristia per pregare con le comunità migranti per i nostri missionari haitiani, assieme alle loro famiglie e comunità, per lodare e ringraziare il Signore per la testimonianza di carità dei 6 missionari, 10 seminaristi e 50 volontari presenti ad Haiti.


P. Sérgio O. Geremia, c.s.
Superiore generale




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Per inviare un contributo per Haiti:
IN ITALIA: Banca Intesa SPA, Filiale n. 1684 - Roma Monteverde
IBAN: IT60 P030 6905 0780 0000 0020 427
Numero conto: 204 / 27
Conto intestato a: Casa Generalizia della Congregazione dei Missionari di San Carlo - Scalabriniani
Causale: fondo assistenza Haiti.


DALL'EUROPA: Banca Intesa SPA, Filiale n. 1684 - Roma Monteverde
IBAN: IT60 P030 6905 0780 0000 0020 427
BIC: BCITITMM729 - Numero conto: 204 / 27
Conto intestato a: Casa Generalizia della Congregazione dei Missionari di San Carlo - Scalabriniani
Causale: fondo assistenza Haiti.


NEGLI STATI UNITI e CANADA:
Inviare assegno a: Fathers of St. Charles (mettere nell'assegno la nota: Haiti Relief Fund)
209 Flagg Pl., Staten Island, N.Y. 10304


IN AMERICA DEL SUD, AUSTRALIA ed ASIA:
Inviare all'Economo Provinciale, che si incaricherà di avvisare la Direzione generale, la quale subito provvederà a inoltrare il corrispondente al conto di emergenza a carico dei nostri Missionari in Haiti.

domenica 24 gennaio 2010

Terremoto Haiti, il 24 gennaio raccolta straordinaria in tutte le chiese d'Italia indetta dalla Presidenza della CEI

L’immane tragedia che in queste ore ha colpito la popolazione di Haiti provocando decine di migliaia di morti chiama tutti alla solidarietà per venire incontro ai bisogni più immediati. Pertanto, raccogliendo l’accorato invito del Santo Padre, domenica 24 gennaio 2010 in tutte le chiese d’Italia si terrà una raccolta straordinaria indetta dalla Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana a sostegno delle popolazioni colpite dal terremoto nell’isola caraibica.

sabato 23 gennaio 2010

Haiti: ultime notizie


I was just to speak to Father Sergio Morotti (in the photo). He called me. Today the put the satelite in our property. The Italian contingent of volunteers will set up a Hospital in our Soccer Field.
There were no deaths nor physical injuries in our group. All the Fathers and Seminarians are doing well.
As far as the structures there was no major damage. Only the chapel suffered some damage. Schools are closed, and they do not know when they will resume. The seminarians were allowed to go home to visit their families. (segue versione italiana)

There are no commercial flights allowed to land in Port of Prince. We have to wait and see when they allowed them to resume.
The conversation was then interrupted.
Let thank God for protecting our Fathers and students and let us pray for those who have lost fathers and seminarians.
I invite you to continue your prayer so that hope will return in Haiti. We also appreciate any help that you may be able to give.
God Bless.
Father Matthew



Carissimi confratelli,

poco tempo fa' ho parlato con il P. Sergio Morotti (nella foto). Mi ha chiamato lui. Oggi ha messo il satellite nella nostra proprietà. Il contingente italiano allestirà l'ospedale nel campo di calcio della nostra casa.
Non ci sono stati morti né feriti nel nostro gruppo. Tutti i padri e i seminaristi stanno bene.
La nostre strutture non hanno subito gravi danni, eccetto che per la cappella, che ha avuto qualche lesione . Le scuole sono chiuse e non si sa quando ricominceranno. I seminaristi sono andati a trovare le loro famiglie.
Non ci sono ancora voli di linea per Haiti. Dobbiamo attendere...
A questo punto la conversazione con P. Sergio si è interrotta.
Ringraziamo il Signore che ha protetto la nostra comunità e preghiamo per coloro che hanno perso padri e seminaristi.
Vi invito a continuare nella preghiera i nostri fratelli affinché la speranza ritorni in Haiti. Vi ringraziamo per tutto l'aiuto che potrete darci.
Dio vi benedica,

P. Matteo Didoné, cs

giovedì 21 gennaio 2010

Lo straniero nella Bibbia

Ospitati e ospitanti
Tutti stranieri
Tornano ogni giorno alla ribalta, suscitando reazioni, interventi legislativi e sentimenti opposti.
Ma, chi è lo straniero? La sua identità ci è avulsa, ci sfiora o ci identifica?

Lo straniero, il diverso, sta diventando causa di scontro tra le istanze umanitarie e umaniste di ispirazione cristiana e
le istanze pragmatiche, dettate prevalentemente da paure e insicurezze sociali del mondo laico e del potere politico.
Per evidenziare quanto certe prese di posizione siano in contrasto con l’essenza del cristianesimo, è opportuno spolverare il significato teologico biblico dello straniero, non tanto per farne una esegesi quanto per confrontarlo con le problematiche attuali.
Si scoprirà che una delle figure bibliche più citate, più popolari è quella dello straniero. Con questa categoria la Bibbia istituisce un nuovo modo di pensare, una nuova conoscenza che mai come oggi è così necessaria per superare la crisi in atto.
Il primo personaggio definito come straniero nella Bibbia è Abramo, perché egli è colui che non ha una terra, e non l’avrà mai. Un personaggio molto simile ad Ulisse – figura significativa dell’epica greca – ma da cui si distingue in maniera quasi lapidaria. Ulisse è colui che parte per un lungo viaggio, che durerà quasi un’intera vita, per poi tornare allo stesso punto di partenza: la sua isola, la sua terra.
Ha quindi un ritorno al suo radicamento. Abramo, invece, parte e si dirige verso una terra che non sarà mai sua e che avrà sempre e solo lo statuto di terra data, nel senso di donata.
Straniero è colui che non può dire “questa lingua è mia, questa terra è mia, questa casa è mia”.
È colui che non ha un luogo in cui risiedere definitivamente.
Abramo si definisce ed è definito dalla Bibbia come straniero, ma nello stesso tempo come inquilino.
Lo straniero non ha terra e quindi rimane residente nella fattispecie di ospite. Abramo diviene quindi il simbolo/contraddizione dello straniero ospitato e ospitante.
Se punto fondamentale della Bibbia rimane la Torah e il fulcro della Torah è lo straniero, la norma fondante, il cuore dell’intera Bibbia sarebbe dunque lo straniero. Lo straniero – udite, udite – è parte essenziale del racconto di fondazione, ed in questo consiste l’unicità della Bibbia.
Ma c’è ancora un altro aspetto che contraddistingue il racconto biblico che non raccomanda solo l’ospitalità dello straniero – raccomandazione comune ad altre religioni – ma lo colloca al centro del suo racconto.
Israele nella Bibbia ha una funzione rappresentativa, non esclusiva, ciò vuol dire che “l’Israele straniero” rappresenta
a buon conto tutta la condizione umana. Insomma, il tanto vituperato straniero, nella Bibbia è quella parte dell’umanità che rappresenta l’umanità intera. Lo straniero è simbolo dell’alterità, è metafora dell’alterità dell’altro in quanto altro, ma è anche paradigma dell’umano ospitale.
Nel suo racconto di fondazione, Israele non ha di sè l’immagine di eroe ma di straniero.
Non è l’eroe pieno di forza e di potenza al modo del racconto di fondazione di Roma con Romolo e Remo, ma è lo schiavo, l’oppresso. La Bibbia non fa della forza o potenza il principio dell’umano. È proprio il paradigma della forza che va messa in discussione se si vuole salvare l’umanità e il mondo. Forse la politica se ne sta accorgendo.
Questo è importante. Lo straniero che è stato liberato deve a sua volta farsi liberatore amando lo straniero. Generalmente chi ha patito, chi è stato oggetto di violenza rischia di diventare egli stesso soggetto di violenza.
Ma anche in questo la Bibbia ci aiuta a non cadere in errore ed è qui, nella fantastica “biblioteca” della Bibbia, che possiamo attingere un ulteriore profondità: imitare o riprodurre il gesto fondatore di Dio, liberando gli stranieri come Lui, asciugando le lacrime come Lui e amando gratuitamente come Lui.
Nel Pentateuco il comandamento di amare lo straniero ricorre più di 30 volte.
Qui si entra nel cuore della Bibbia per la quale etica e diritto sono inscindibili e per la quale il diritto è mediazione
della giustizia. Un diritto che non fosse mediazione dell’attenzione al debole, all’ultimo e allo straniero, al povero
e alla vedova, sarebbe solo l’espressione della forza dei più forti e delle classi di volta in volta dominanti.
A voler ben guardare, che cos’è la globalizzazione in atto se non lo spazio, “mentale”, dove ognuno si scopre straniero all’altro? È proprio la globalizzazione che ci costringe a rimettere in discussione questo paradigma del possesso, secondo il filosofo Galimberti. Un teologo come Carmine De Sante in un recente saggio sullo straniero dice chiaramente “la Bibbia è il grande codice che rende possibile pensare il rapporto tra gli umani al di là del
modello della conquista e del possesso”. Se la terra appartiene a Dio, l’uomo può pensarsi solo come “straniero e inquilino”, cioè come ospite nel duplice senso di ospitato e ospitante. Tutta una serie di dichiarazioni e prese di posizione mettono oggi in serie difficoltà l’accoglienza degli stranieri come dei cosiddetti barboni. Bisognerebbe
ricordarsi, che ciascuno di noi è un “mendicante” nei confronti di Dio, e, in un certo senso, nei confronti del nostro
prossimo. Non possiamo dimenticare la nostra precarietà.
Un qualsiasi evento drammatico, come un terremoto o altro cataclisma, può renderci, da un momento all’altro, bisognosi degli altri. Una precarietà che può essere superata solo con la solidarietà reciproca.
Lo straniero, nei nostri luoghi comuni del pensare, richiama sentimenti o di indifferenza, o di ostilità, in quanto
minaccia alla nostra sicurezza personale o di gruppo. Ma per il racconto biblico, lo straniero, con il suo carico di povertà
e di bisogni, è un chiaro appello che ci provoca alla responsabilità assoluta e indeclinabile della sua accettazione.
Ermanno Caccia

risposta all'apello per Haiti

La comunità della MCI e la parrocchia hanno risposto all’appello della congregazione scalabriniana per Haiti. La parrocchia ha fatto un appello ai parrocchiani e le collette delle Messe di sabato 16 e domenica 17 sono state donate per questa finalità e con donazioni di offerenti, che chiedono di rimanere anonimi, sono stati inviati più di mille dollari americani.

martedì 19 gennaio 2010

Il Papa ricorda il Beato Scalabrini all'Angelus

In occasione della Giornata Mondiale delle Migrazioni 2010

Cari fratelli e sorelle!

Nell'odierna domenica si celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. La presenza della Chiesa a fianco di queste persone è stata costante nel tempo, raggiungendo traguardi singolari agli inizi del secolo scorso: basti pensare alle figure del beato vescovo Giovanni Battista Scalabrini e di santa Francesca Cabrini. Nel Messaggio inviato per l'occasione ho richiamato l'attenzione sui migranti e i rifugiati minorenni.

Gesù Cristo, che da neonato visse la drammatica esperienza del rifugiato a causa delle minacce di Erode, ai suoi discepoli insegna ad accogliere i bambini con grande rispetto e amore. Anche il bambino, infatti, qualunque sia la nazionalità e il colore della pelle, è da considerare prima di tutto e sempre come persona, immagine di Dio, da promuovere e tutelare contro ogni emarginazione e sfruttamento. In particolare, occorre porre ogni cura perché i minori che si trovano a vivere in un Paese straniero siano garantiti sul piano legislativo e soprattutto accompagnati negli innumerevoli problemi che devono affrontare. Mentre incoraggio vivamente le comunità cristiane e gli organismi che si impegnano a servizio dei minori migranti e rifugiati, esorto tutti a tenere viva la sensibilità educativa e culturale nei loro confronti, secondo l'autentico spirito evangelico.

Oggi pomeriggio, a quasi 24 anni dalla storica Visita del Venerabile Giovanni Paolo II, mi recherò alla grande Sinagoga di Roma, detta Tempio Maggiore, per incontrare la Comunità ebraica della Città e porre un'ulteriore tappa nel cammino di concordia e di amicizia tra Cattolici e Ebrei. Infatti, malgrado i problemi e le difficoltà, tra i credenti delle due Religioni si respira un clima di grande rispetto e di dialogo, a testimonianza di quanto i rapporti siano maturati e dell'impegno comune di valorizzare ciò che ci unisce: la fede nell'unico Dio, prima di tutto, ma anche la tutela della vita e della famiglia, l'aspirazione alla giustizia sociale ed alla pace.

Ricordo, infine, che domani si aprirà la tradizionale Settimana di preghiera per l'unità dei Cristiani. Ogni anno, essa costituisce, per quanti credono in Cristo, un tempo propizio per ravvivare lo spirito ecumenico, per incontrarsi, conoscersi, pregare e riflettere insieme. Il tema biblico, tratto dal Vangelo di san Luca, riecheggia le parole di Gesù risorto agli Apostoli: "Voi sarete testimoni di tutto ciò" (Lc 24,48). Il nostro annuncio del Vangelo di Cristo sarà tanto più credibile ed efficace quanto più saremo uniti nel suo amore, come veri fratelli. Invito pertanto le parrocchie, le comunità religiose, le associazioni e i movimenti ecclesiali a pregare incessantemente, in modo particolare durante le celebrazioni eucaristiche, per la piena unità dei cristiani.

Affidiamo queste tre intenzioni - i nostri fratelli Migranti e Rifugiati, il dialogo religioso con gli Ebrei e l'unità dei Cristiani - alla materna intercessione di Maria Santissima, Madre di Cristo e Madre della Chiesa.

Dopo l'Angelus:

[...]

In questa Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, sono lieto di salutare le rappresentanze di diverse comunità etniche qui convenute. Auguro a tutti di partecipare pienamente alla vita sociale ed ecclesiale, custodendo i valori delle proprie culture di origine. Saluto anche i brasiliani discendenti di emigrati del Trentino. Grazie di essere venuti!